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San Valentino e i Lupi

Febbraio 14, 2015 by admin

StValentine-1Secondo la leggenda Valentino era un sacerdote dell’antica Roma. Quando l’imperatore  Claudio II si rese conto che i soldati celibi erano migliori di quelli sposati, proibì ai soldati giovani di sposarsi. Valentino ignorò questo decreto e seguitò a celebrare matrimoni segretamente. Alla fine fu scoperto e condannato ad essere bastonato a morte e poi decapitato. Questo accadde il 14 febbraio, San Valentino.

Nell’antica Roma la stessa data coincideva con una festa dedicata a Giunone, la dea delle donne e del matrimonio. Il giorno seguente, il 15 febbraio, segnava l’inizio delle celebrazioni di Lupercalia, la festa di Lupercus, il dio della fertilità, rappresentato mezzo nudo e vestito con pelle di capra. Come parte del rituale in suo onore, gli alti sacerdoti gli sacrificavano capre. Poi, dopo una bevuta di vino, correvano mezzi nudi e selvaggi per le strade, indossando pelle di capra sulla testa, toccando, palpando e sculacciando chiunque incontravano, benedicendolo con il dono della fertilità.

luperI Lupercali erano connessi sciamanicamente con il potere animale del Lupo, e il suo doppo multidimensionale del Basso. Il termine deriva da luperci, “giovani lupi”, che era pure il nome di un’antica confraternita sciamanica romana cui pare appartenevano i ondatori della città. In effetti, i Lupercali celebravano il salvataggio dei gemelli Romolo e Remo da parte della Lupa.  Il termine lupa era il soprannome dato alla ierodula, la prostituta sacra, protettrice dell’amore sessuale, connessa con i misteri iniziatici del Lupo. Gli ieroduli erano di entrambi i sessi, dimoravano in tutti i templi dell’antichità, operavano come personale devoto alle divinità e avevano distinte funzioni, non necessariamente sessuali.

Il 14 febbraio, la vigilia di Lupercalia, i nomi delle ragazze romane erano scritti su pezzi di carta e sistemati dentro una scatola. Ciascun uomo giovane estraeva un nome dalla scatola e diventava il partner di una ragazza per la durata della festa. Talvolta questo rapporto durava per un intero anno, e in alcuni casi la coppia si sposava.

wolfsLa Chiesa trasformò questa usanza pagana sostituendo i nomi delle ragazze con quello dei santi. Quindi, in seguito, i giovani, invece di una ragazza, sceglievano un santo protettore con cui rapportarsi per un anno. Similmente a Findhorn per il solstizio invernale i membri della comunità scelgono un angelo.

Secondo un’altra leggenda Valentino, mentre era in prigione, s’innamorò della figlia del carceriere. Prima della sua esecuzione a morte, si dice che il santo le scrisse una lettera, che firmò “dal tuo Valentino”.

Felici Lupercali!

Franco Santoro

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Il Diavolo – Capricorno: Viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

devilNella maggior parte dei mazzi tradizionali il Capricorno è associato con il Diavolo, la quindicesima carta degli Arcani Maggiori.

Nei Tarocchi di Rider Waite il Diavolo è raffigurato accovacciato su un piccolo altare dove sono incatenati due demoni nudi, maschio e femmina. Tiene la mano destra alzata, e raffigurato sul palmo ha il glifo astrologico di Saturno, il pianeta governatore del Capricorno. Nella mano sinistra tiene una torcia accesa. La fronte presenta un pentagramma rovesciato, simbolo della materia che trionfa sullo spirito.

Il pentacolo è anche una rappresentazione del corpo umano, e quando è capovolto i genitali sono sopra la testa, e indica che il desiderio sessuale o di riproduzione prevale sulla coscienza superiore.

Sebbene il Diavolo sia convenzionalmente considerato antagonistico o contrapposto a Dio, la sua etimologia rivela una sorprendente e controversa affinità. Il termine “diavolo” deriva dall’indoeuropeo deva, parola sanscrita che sta per “dio, divinità”. Di conseguenza molte lingue derivanti direttamente dal sanscrito, come il linguaggio gitano, usano il termine diavolo come il nome di Dio. Anche in molte altre culture il nome usato per Dio nei tempi antichi divenne il termine impiegato per identificare il diavolo e viceversa.

Per gli Gnostici il dio del Vecchio Testamento, Yahweh, è in effetti considerato un essere demonico e malvagio, al contrario del vero Dio. Il Diavolo è in questo caso un dio inferiore, una coscienza difettosa, un Demiurgo, il creatore del mondo fisico in cui viviamo e l’autore del regno della separazione (kenoma), o Configurazione Umana Arbitraria (CUA).

Il significato più comune del diavolo fa riferimento alla sua capacità di generare illusioni e limitazioni arbitrarie. La principale di tali illusioni è la percezione di una realtà separata, e la mancanza di consapevolezza di tutto ciò che esiste al di là del mondo fisico. In generale, il Diavolo è una carta di schiavitù e dipendenza, che può spaziare da un’intera esperienza di vita ad un’area specifica. Si può riferire dunque alla mia totale percezione della realtà, quando questa è basata su sistemi di credenze rigidi che escludono e negano tutto ciò che non appartiene ad essi.

Il Diavolo può essere anche collegato ad un particolare aspetto della vita, come mangiare, fumare o bere, quando ne sono schiavo oppure ho delle idee preconcette. Il Diavolo si applica alle dipendenze così come alle attitudini di eccessivo controllo e rigidità, che sono anch’esse forme di schiavitù.

La carta può tradizionalmente indicare una situazione in cui l’individuo è bloccato, dominato dalla sua mente ristretta o da forti ossessioni, vizi, impulsi sessuali o altre cose che sono normalmente considerate abominevoli o inaccettabili. Può indicare un’attrazione vincolante verso persone, comportamenti o situazioni che l’individuo odia e tuttavia non è in grado di interrompere o perché l’impulso è troppo forte o per paura delle conseguenze. Può essere un invito ad essere consapevole di tali ossessioni e impulsi, per non consentire loro di propagarsi inconsciamente o fare qualcosa per rilasciarle o trasformate in modo sicuro.

Il Diavolo può anche denotare un invito a non prendersela in una certa situazione e accettare di essere un po’ sbarazzini, non diventare troppo seri, controllati o rigidi, lasciar andare la timidezza e la paura.

Tuttavia c’è un elemento più profondo nel Diavolo, che costituisce l’essenza arcana di questa carta. Nel caso specifico rappresenta un’enorme risorsa di potere, che il ricercatore deve padroneggiare per procedere sul sentiero.

Questo potere è uno degli elementi più terrificanti, qualcosa che generalmente è considerato malvagio o peccaminoso, e può essere visto come tale semplicemente come risultato di condizionamenti e rifiuti profondamente radicati. In questo caso il Diavolo è collegato con l’uso cruciale dell’energia sessuale, in tutte le sue espressioni, e la sua capacità di elevare la nostra consapevolezza multidimensionale e liberarci dalla schiavitù della separazione, o causare ossessione, dipendenza e violenza.

Il risveglio della nostra natura multidimensionale è una delle esperienze più estatiche con effetti radicali su ogni aspetto della nostra percezione, specialmente sul corpo fisico. Tuttavia ci sono collegamenti molto stretti tra queste esperienze estatiche e comportamenti dipendenti, violenti o strani.

L’attività neurale che il cervello produce quando ci troviamo di fronte a una situazione estrema, scioccante e rischiosa, non importa se si tratta di un’esperienza sciamanica o di un atto criminoso, è fondamentalmente la stessa, e questo può causare molta confusione. La linea di confine tra illuminazione e pazzia, estasi e perversione è molto sottile, ed è quello che rende il sentiero sciamanico uno dei più controversi e spesso pericolosi.

Il Diavolo è la più emozionante e ambigua carta iniziatica, un test importante sulla via della guarigione, che può svelare la sua natura originale come Pan, il tradizionale dio cornuto della vita pastorale e della vegetazione. Il Diavolo, come Pan, è il tenutario del cosiddetto bona fide horny bit, il culmine della libido, e il guardiano della soglia tra CUA e non-CUA.

Pan è un dio omnicomprensivo che abbraccia tutti gli aspetti della vita. Il suo nome significa “tutto”, e gli è stato dato dagli dei per riconoscere l’impulso della libido come l’aspetto che include tutto l’universo. Per questo Pan è il dio di tutto e di tutti, CUA e non-CUA, bene e male, che rappresenta il Grande Tutto a tutti i livelli, dalla più intensa sensualità fisica ai vertici dell’ascetismo trascendentale.

Per i popoli dell’antichità Pan rappresentava lo spirito completo dell’unità, che armonizzava le apparenti polarità del mondo tridimensionale, vita e morte, giorno e notte, luce e oscurità. Pan era un tempo la divinità più popolare nel mondo occidentale e le sue statue ornate di corna probabilmente erano molto più numerose di quelle degli altri dei. Tuttavia, poiché Pan era il dio dell’unità e della multidimensionalità, quando l’attuale CUA ha preso il sopravvento, non c’è stato più posto per Pan e le culture CUA emergenti cominciarono a demonizzarlo. Così presto Pan divenne il Diavolo.

Pan è miticamente collocato nella costellazione del Capricorno ed è la rappresentazione di Saturno, e l’ispiratore originale dei Saturnalia. Gli sciamani e i guaritori dei tempi antichi incarnavano lo spirito di Pan specialmente durante il Solstizio d’Inverno, per preservare l’equilibrio tra le polarità e l’allineamento all’asse verticale, o Identità Multidimensionale Centrale.

L’antica usanza pagana di radunarsi attorno a un albero sempreverde, che rivive con l’attuale Albero di Natale, è connessa con un altro ovvio aspetto di Pan: ossia Babbo Natale o Santa Claus. Santa e Pan sono alter ego, e condividono la stessa natura in contesti differenti. Basta spostare la n di Santa alla fine per ottenere Satan!

C’è una leggenda che Pan morì nel momento esatto della crocifissione di Gesù. La presunta morte di Pan si supponeva rappresentasse la fine del paganesimo o, più pragmaticamente, la separazione dalla nostra Identità Multidimensionale Centrale e la castrazione della nostra originale estatica natura umana. La leggenda che Pan è morto nello stesso momento di Gesù, può implicare indirettamente che Pan è anche nato, come Gesù, a Natale. Perciò, state attenti!

Franco Santoro

La Temperanza – Sagittario: Viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

temperanceIl Sagittario è tradizionalmente associato alla Temperanza, il tredicesimo Arcano Maggiore nella maggior parte dei Tarocchi.

Nei Tarocchi di Rider Waite questa carta raffigura un angelo alato in piedi, con un piede sulla terra e l’altro nell’acqua, mentre versa un liquido da una coppa ad un’altra. Le due coppe non sono parallele e il loro flusso, che sfida la legge ordinaria di gravità, è il risultato della gentile e attenta concentrazione dell’angelo.

La coppa nella mano sinistra versa dell’acqua nella coppa della mano destra, invertendo i ruoli tradizionali della polarità, con la mano destra che diventa ricettiva e femminile, e la sinistra che svolge il ruolo attivo e maschile.

La Temperanza opera come un ponte tra polarità opposte aumentando la mobilità e la capacità di alternare la loro sfera di influenza, mediante la quale nulla rimane bloccato e la rete della vita continua a fluire.

Il Sagittario è un segno mutevole e ogni segno mutevole è preceduto da un segno fisso, che in questo caso è lo Scorpione. I segni fissi esaltano la natura di uno specifico aspetto, che portano al culmine, consentendogli di essere fermo e permanente.

Questo è l’apice dello stadio di identificazione, seguito poi dalla fase di connessione di quella parte identificata con altre parti che hanno pure bisogno di essere identificate, nel processo di recupero. Essere su un sentiero di guarigione implica stabilire un intento e dargli una forma fissa e concreta, poi affidarlo alla rete della vita connettendo quella forma ad altre forme finché l’integrità del cerchio è pienamente risvegliata.

La Temperanza rappresenta la fusione, l’integrazione e la mescolanza di elementi dissimili allo scopo di raggiungere un equilibrio e una sinergia armonici. Questo principio è rappresentato dall’arcobaleno, associato con l’arciere del Sagittario, costituito da sette colori che rappresentano i pianeti visibili del sistema solare.

Nei miti Indù l’arcobaleno è l’arco di Indra, il dio del tuono, del fulmine e dei temporali (associato a Giove, governatore del Sagittario), mentre nella mitologia greca è il sentiero creato dalla dea Iris, che è l’angelo raffigurato nella carta, allo scopo di connettere Cielo e Terra. Iris, similmente a Mercurio, è la messaggera degli dei dell’Olimpo e come lui possiede un caduceo. Viaggia nel mondo sotterraneo per riempire la sua coppa d’oro con l’acqua del fiume Stige, con la quale addormenta gli spergiuri.

Sebbene il sole splendente e la radiosità dell’angelo forniscano molta luminosità, la Temperanza è in definitiva una carta del mondo degli Inferi e, data la sua associazione con il Sagittario, ultimo stadio dell’autunno, rappresenta in effetti il culmine dell’oscurità. Ciò è rappresentato anche dai gigli sullo sfondo, che sono fiori tradizionalmente collegati con l’Ade e la morte, e tuttavia emblema di virtù, fertilità e il principale simbolo del perdono in Un Corso in Miracoli:

“Tuttavia un solo giglio di perdono cambierà l’oscurità in luce, l’altare delle illusioni nel santuario della Vita Stessa. E la pace sarà riportata per sempre alle sante menti che Dio ha creato come Suo Figlio, Sua dimora, Sua gioia, Suo amore, completamente Suo, completamente uno con Lui”. (UCIM, L, II p.,12-5)

La Temperanza è una delle virtù cardinali elencate dai filosofi greci classici e dalla tradizione cristiana, assieme a prudenza, giustizia e fortezza. Il termine greco per “temperanza” è sophrosune che significa moderazione, autocontrollo, salute mentale, e l’equilibrio armonioso dell’anima.

Come dice Jack Crabtree, interpretando la definizione di Platone di sophrosune, in “The Miracle of Sophrosune”, è “la virtù dell’auto-accettazione illuminata, un’auto-accettazione basata su un’accurata comprensione di chi realmente si è, un’auto-accettazione che sfocia in un umile e stabile appagamento e persegue il ruolo del proprio destino nell’umana esistenza.”

Era considerata la più importante tra tutte le virtù umane, il modello per la massima espressione di vita, che abbraccia la realizzazione sia nel mondo interiore che in quello esteriore. L’applicazione di questa virtù di moderazione spesso comporta la capacità di resistere al centro di estremi opposti, il che implica anche, secondo le circostanze, imparare ad andare più verso l’uno piuttosto che verso l’altro.

Il riferimento alla moderazione è stato anche trovato nell’iscrizione del Tempio di Apollo a Delfi, dove la massima ampiamente rinomata “Conosci Te Stesso” era preceduta dal meno conosciuto detto “Nulla di Troppo”, ossia “Nulla di Troppo e Conosci Te Stesso”, che collocava l’arte della moderazione come una priorità per conoscere se stessi. Per un video sul mistero della virtù perduta di sophrosune clicca qui.

Nel Libro Gnostico dei Santi, il compagno del libro I Tarocchi dei Santi, Robert M. Place associa la Temperanza a San Benedetto da Norcia, fondatore delle comunità monastiche cristiane occidentali, che “a differenza di molti martiri e asceti della Chiesa primitiva, fu un esempio di armonia e moderazione. Fu maestro dell’arte di vivere, e come Buddha, capì che l’ascetismo estremo era un’altra trappola dell’ego.”

Il ricercatore che ha viaggiato molte volte attraverso il sacro cerchio, esplorando profondamente tutti gli aspetti della vita rappresentati dai segni dello zodiaco, e imparando le loro lezioni, oltre a diventare un maestro di moderazione, acquisisce la capacità di combinare i diversi aspetti della vita in una sintesi piuttosto che come compartimenti separati.

Questo comporta essere esperienzialmente consapevole delle dinamiche simultanee del Sole e della Luna, così che, per esempio, durante il ciclo buio dell’autunno avanzato, quando il Sole è in Sagittario, egli può anche abbracciare il ciclo luminoso dell’estate e tutte le altre stagioni mentre la Luna vi transita durante le sue lunazioni.

Tipici segni di mancanza di temperanza sono l’incapacità di integrare gli affari con la vita privata, le cose serie con la risata, l’amore con l’attrazione sessuale, l’amicizia con i soldi, ecc. Questo accade quando si sperimenta la vita come una serie di ruoli disconnessi, privi di ogni associazione, e che cambiano periodicamente, senza alcuna possibilità di assimilazione.

La Temperanza implica l’integrazione di tutti gli elementi della vita, che può anche significare fare delle specifiche scelte o seguire una data direzione, mantenendo tuttavia la connessione con tutti gli altri. È un’esemplificazione de La Via di Mezzo, nel Nobile Ottuplice Sentiero buddista, “la via che conduce all’estinzione della sofferenza, vale a dire: giusta comprensione, giusti pensieri, giuste parole, giuste azioni fisiche, giusti mezzi di sussistenza, giusti sforzi, giusta attenzione, e giusta concentrazione” (Samyutta Nikáya LVI, 11).

Nella divinazione la Temperanza può indicare un invito a operare con integrità e maturità nel trattare un certo argomento, che può essere a volte anche non fare niente. “La persona intemperante ha sempre bisogno di fare qualcosa, ma molto spesso una situazione richiede alla persona semplicemente di aspettare. La carta potrà talvolta apparire come un antidoto a carte di sconsideratezza e isterismo.” Perciò in una lettura la Temperanza può semplicemente dirti di prendertela con calma, essere paziente e non trascinare le cose troppo in là.

Un’altra indicazione di questa carta è di espandere la tua percezione e aprirti considerando maggiormente le implicazioni di ogni argomento importante per te. Può anche suggerire la necessità di lasciar andare e applicare il vero perdono in una situazione in cui l’azione è in primo luogo motivata dalla paura, dalla competizione e da un sottile risentimento.

Perciò quando la Temperanza emerge nella nostra vita, è un invito a fermarsi ed essere disponibili a scavare negli aspetti profondi della nostra natura, sfidando i presupposti della nostra identità ordinaria, e di tutto quello che diamo per scontato nella nostra percezione degli altri e del mondo.

La Temperanza richiede una prospettiva che permette a tutti gli aspetti della vita di essere riconosciuti e onorati, portando benefici a entrambe le polarità apparentemente opposte e riconciliandole in modo significativo e profondo.

Franco Santoro

Giustiza – Bilancia: Viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

JusticeLa Giustizia è l’Arcano Maggiore associato al segno della Bilancia. In molti mazzi di tarocchi, e nel Rider Waite Tarot, cui ci riferiamo in modo specifico in questa serie di articoli, questa carta raffigura una donna incoronata, o una figura androgina, che siede fermamente su un banco di pietra, con un piede che protrude dal suo vestito. La donna tiene una bilancia con la mano sinistra, mentre con quella destra punta verso l’alto una spada a doppia lama.

L’immagine ricorda la dea greca titanica Themis, figlia di Urano e Gaia (Cielo e Terra), madre delle Stagioni e di Astraea, l’ultima degli immortali che visse con gli umani nell’era del ferro. Themis è tradizionalmente rappresentata nelle corti di giustizia e nei tribunali. Tuttavia, a differenza di quelle figure la Giustizia dei Tarocchi non è bendata.

Quest’arcano concerne il vedere e riconoscere consciamente la verità su noi stessi e il mondo, e il fare le scelte giuste secondo un profondo senso di giustizia, piuttosto che ciò che è considerato giusto secondo la realtà consensuale. Un profondo senso di giustizia riconosce tutti gli aspetti della realtà, ordinari e non-ordinari, vita e morte, tenendoli in equilibrio, senza permettere che alcuno di essi prevalga.

La spada a doppia lama nella mano destra enfatizza il potere dell’esercizio cosciente della scelta. Ciascuna scelta che facciamo ci consente di muoverci lungo il cammino di guarigione. Questo sentiero è formato da tutte le scelte che abbiamo fatto nel passato, che determinano il nostro futuro secondo quello che facciamo nel presente.

La Giustizia ci confronta con l’inizio di un nuovo ciclo in cui è necessario compiere una scelta. Non è una carta molto popolare poiché è priva del fascino caratteristico di altre carte, e pure perché ci sfida con le associazioni in genere relazionate con la giustizia, il giudizio, le pene, ecc.

Nel mazzo di Aleister Crowley la carta di chiama “Adjustment” e suggerisce una modifica, una correzione o bilanciamento lungo il proprio cammino, come conseguenza del riconoscimento di qualcosa di più ampio. La Giustizia, che nel cristianesimo tradizionale è la più importante delle Virtù Cardinali, rappresenta il punto di moderazione tra egocentrismo e altruismo, e gioca un ruolo chiave nella gestione d’ogni possibilità di relazione.

La Giustizia è associata alla Bilancia, il settimo segno dello zodiaco. I primi sei segni, dall’Ariete alla Vergine, sono in rapporto con lo sviluppo dell’ego e del sé individuale. La loro natura è soggettiva e focalizzata sulla relazione con se stessi. Qui i rapporti con il mondo esterno sono orientati e compresi secondo la propria intenzione individuale.

La Bilancia e l’Equinozio di autunno delineano un cambiamento radicale e l’inaugurazione di un nuovo ciclo che si sviluppa con i secondi sei segni, dalla Bilancia ai Pesci Questi segni sono diretti all’integrazione con il mondo esterno e, più esotericamente, con la propria Ombra, il mondo non-ordinario, incluso il mistero della morte, con lo scopo di espandere i confini della coscienza individuale. La Bilancia è l’iniziatore della seconda metà dello zodiaco e muove il suo primo passo verso l’esterno con il tipo d’interazione più classico, ossia il rapporto di coppia, che a livello esoterico è il primo gradino della morte iniziatica.

La sfida principale per la Bilancia è mantenere l’equilibrio tra la natura individuale centrata su se stessa e la parte sociale orientata verso il partner e gli altri, tra il mondo interiore e quello esteriore, il conscio e l’inconscio, la morte e la vita, l’ego e l’Ombra.

La Bilancia sposta la focalizzazione dall’individuo al collettivo, da ordinario a non-ordinario e, mentre ciò promuove guarigione ed espansione di consapevolezza, il rischio è perdere la connessione con il precedente sentiero centrato su se stessi e la sua intenzione originale, a causa dell’eccessiva attenzione data a quello che emerge nelle relazioni con gli altri, o con il non-ordinario.

Questo stadio, quando è sbilanciato, è seguito tipicamente da un risveglio dell’intenzione perduta, che spesso porta a vedere le relazioni, o il non-ordinario, come la causa di tale perdita. Ciò produce in genere un ribaltamento del processo precedente, da collettivo a individuale, non-ordinario a ordinario. Il processo si ribalterà poi nuovamente una volta che raggiungerà un successivo sbilanciamento, e così continuerà, spaziando da un eccesso all’altro, alimentando il conflitto tra le polarità su cui si fonda la realtà di separazione dell’ego.

La Giustizia può rappresentare un momento rilevante di consapevolezza su quanto sopra, un fermo invito all’equilibrio nelle nostre relazioni e in tutti gli aspetti della vita e, specialmente, morte.

La morte è in vero l’aspetto che è soggetto a maggiore squilibrio, poiché nella nostra realtà consensuale è fondamentalmente negata e inconscia. Di conseguenza, la Giustizia spesso ci confronta con la paura della morte, che pure comprende l’incapacità di lasciare andare nelle nostre relazioni con gli altri e il mondo, la mancata accettazione dello stato provvisorio della realtà fisica, che è il rifiuto di ciò che ciascun essere umano è destinato ad affrontare su questo pianeta.

E’ essenziale notare qui che un vero equilibrio tra le polarità e i mondi può essere perseguito solo mediante una partecipazione diretta dello Spirito, la terza polarità, l’identità multidimensionale centrale (IMC), Dio. Quindi, la figura della carta che tiene la spada puntata in alto con la mano destra, enfatizza il bisogno di dirigere la propria attenzione cosciente verso la presenza dello Spirito, come un requisito essenziale per mantenere vero equilibrio e giustizia.

Giustizia e Bilancia, operano come portali verso l’arcano della Morte e lo Scorpione, che sono la seguente tappa del viaggio lungo lo zodiaco. La carta rappresenta tutte le figure di mediazione che custodiscono l’accesso all’altro mondo e qualsiasi processo di trasformazione radicale, come morte, rinascita, mutaforma, ecc.

Il modello è quello di Maat, la dea egiziana della verità e giustizia, che al momento della morte pesa il cuore del deceduto nella Grande Bilancia, usando come contrappeso una penna di struzzo. Se il cuore è più pesante della penna, l’anima è rimandata nella terza dimensione, il mondo dell’illusione e della separazione, al fine di liberare il peso in eccedenza. Se invece il cuore è più leggero, o di peso uguale, l’anima si può muovere oltre. Nella tradizione cristiana l’arcangelo Michele svolge una funzione similare. Mi viene in mente a questo punto il film Ultima fermata paradiso (Defending Your Life) che raccomando per l’esemplificazione ingegnosa dei temi della Giustizia e della Bilancia.

La Giustizia descrive l’essenza di tutte le scuole misteriche e della conoscenza esoterica. E’ associata con la verità e la giustizia immutevole, quella che è la stessa dall’inizio dei tempi. Include ogni atto o stato che promuove equilibrio, cooperazione e reciprocità tra tutte le apparenti polarità e diversità, tra alto e basso, vita e morte, dei ed esseri umani.

La Giustizia è il riconoscimento e l’espressione cosciente dell’armonia e dell’equilibrio multidimensionali. Nei tempi antichi non c’era separazione tra le dimensioni. Tutti i regni erano uniti e gli uomini erano dei e gli dei erano uomini. Quando il processo di separazione iniziò a diventare inarrestabile certe pratiche rituali furono introdotte per salvaguardare la connessione tra i mondi, almeno in alcuni momenti del giorno o dell’anno, o in certi luoghi (templi, siti sacri, ecc.). Quindi, la celebrazione di riti ed esercizi spirituali, l’impiego di certe usanze e costumi, divennero un modo per praticare Giustizia. Questi mezzi permettevano, e ancora consentono, una relazione con gli antichi portali e ponti verso altre dimensioni, sebbene non implicavano, e non implicano, il passaggio oltre.

Mentre la fedeltà a specifiche pratiche è fondamentale e dimostra la propria volontà di recuperare l’unità originaria, onde potersi muovere veramente oltre è necessario attraversare la struttura famigliare del ponte e fare ingresso nel mistero, la sfera della gnosis, la conoscenza derivata da un’esperienza diretta.

Nella divinazione, la carta della Giustizia indica un momento in cui è richiesta una consapevolezza attenta al fine di acquisire maggiore comprensione su ciò che accade nella vita. Può indicare che un dato risultato o situazione è la conseguenza di scelte fatte nel passato, e che occorre accettarle karmicamente, non importa se siano buone o cattive. Allo stresso tempo ciò promuove la possibilità di cambiare o correggere un corso di azione in considerazione delle lezioni apprese dal passato e dal presente. Può pure significare un risultato potenziale nei termini sopraccitati riguardo al futuro. Inoltre la carta rappresenta un confronto con ciò che è stato negato o evitato, perché scomodo, come un completamento, una rivendicazione, una mancanza, o qualunque situazione di rilascio, che ora emerge per richiedere equlibrio

© Franco Santoro

La Morte – Scorpione: Viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

RWS_Tarot_13_Death“Siamo tutti morti in licenza” (Eugene Levine)

Il segno dello Scorpione è tradizionalmente associato con la Morte, il tredicesimo Arcano Maggiore nei Tarocchi di Rider Waite e nella maggior parte dei mazzi. La carta rappresenta una figura scheletrica, la personificazione della Morte, ricoperta interamente da un’armatura nera mentre cavalca un cavallo bianco, come nell’Apocalisse 6:8 “Ed ecco mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.”

La figura scheletrica sembra cavalcare piano, mentre sorregge uno stendardo con una rosa mistica, simbolo di vita, scavalca il corpo di un re, mentre una fanciulla e un bambino cadono davanti al cavallo, e un vescovo sta in piedi aspettando la fine con le mani giunte. Malgrado la loro diversità tutti gli esseri umani sono uniti da un comune destino di morte, un tema conosciuto come la Danza della Morte, graficamente raffigurato in molte chiese medievali iniziatiche, come la Cappella Rosslyn, nella quale la morte era mostrata ugualmente trionfante su individui di ogni classe ed età. Il sole sorge sullo sfondo della carta tra due pilastri, che è anche una rappresentazione della carta seguente, la Temperanza.

La morte, insieme al sesso[i] e ad altri temi Scorpione, è indubbiamente la più fraintesa di tutte le esperienze. È anche l’elemento più significativo di ogni processo sciamanico iniziatico. Nonostante l’abbondante fioritura di corsi e seminari sullo sciamanesimo, l’insegnamento cruciale e sine qua non in questo campo si sviluppa unicamente attraverso la diretta connessione con la nostra natura multidimensionale, o Spirito Guida, causata generalmente da un confronto con la morte attraverso una grave malattia o altre minacciose situazioni della vita. Queste esperienze operano come test iniziatici, massicci processi di rilascio, e possono anche verificarsi continuativamente durante la vita dello sciamano. Quando l’apprendista riesce a sopravvivere a tali prove, il passo successivo implica l’addestramento direttamente dallo Spirito Guida, . Tuttavia non c’è modo che questo possa accadere, a meno che l’apprendista non accetta di morire alla sua precedente identità e affrontare pienamente l’archetipo della Morte. Questo processo lascia un marchio esclusivo su tali individui, che può essere percepito e compreso da anime gemelle, sebbene generalmente causa paura e altre reazioni sfavorevoli nelle persone ordinarie.

Il mondo ordinario e tutte le realtà governate dall’ego odiano la morte perché segna l’annullamento di tutti i loro sogni illusori. Morte e malattia possono essere dolorosi, tuttavia, come scrive Alan Watts “quello che li rende problematici è che sono vergognosi per l’ego. È la stessa vergogna che proviamo quando siamo colti in fallo, come quando un vescovo viene scoperto con le dita nel naso o un poliziotto in lacrime. Perché l’ego è il ruolo, la ‘finzione’, che il proprio sé interiore è permanente, che ha il controllo dell’organismo, e che mentre ‘ha’ le esperienze non ne è coinvolto. Dolore e morte svelano questa finzione perché la sofferenza è quasi sempre accompagnata da un senso di colpa, una sensazione che è ancor più difficile spiegare quando la finzione è inconscia. Da qui l’oscura ma potente sensazione che non si dovrebbe soffrire o morire…”[ii]

La Morte, collegata anche con il numero 13 e la relativa Triskaidekaphobia, è spesso percepita come una delle carte più terrificanti. Tuttavia è così solo quando ci conformiamo a una percezione illusoria della realtà basata sulla negazione e sul condizionamento dell’ego. La morte fa parte di un importante processo naturale che si manifesta ciclicamente in tutti gli aspetti della vita, e che apporta trasformazione, rinnovamento e guarigione. La carta della Morte annuncia semplicemente questo. Potrebbe segnalare il momento di completare qualcosa, includendo anche l’emergere di nuove cose da cominciare. Questo mi rammenta la canzone di Mike Scott, suonata tradizionalmente alla fine della Settimana di Esperienza alla Fondazione Findhorn, che dice “questa non è la fine, è appena l’inizio.”

La carta della Morte annuncia un imminente e radicale sgombero, la conclusione di una routine o una modalità familiare. Piuttosto che il processo di trasformazione stesso, questa carta indica il momento esatto in cui lasciamo andare vecchi modelli e ci apriamo alla trasformazione. Questo può apparire crudele o senza possibilità di appello, tuttavia spesso è una benedizione mascherata, in grado di provocare una grande trasformazione nella vita, una luminosa rinascita che il soggetto non avrebbe mai sperimentato senza l’intervento di una situazione drastica. La rosa bianca sullo stendardo è una rappresentazione di rinascita ed è presente per onorare l’atto del rilascio, del perdono. Questa carta fornisce un notevole supporto nel dissipare qualsiasi forza nociva o predatoria che blocca l’avanzamento dell’anima nel suo luminoso viaggio. È una carta di fiducia perché implica arrendersi a un cambiamento importante e a una perdita apparente, confidando in un bene più grande che arriverà come risultato. La meditazione e i viaggi sciamanici sulla Morte possono consentirci di guadagnare maggiore consapevolezza su tutto questo, intensificando la guarigione del processo di rilascio e preparandoci ad accogliere i doni che seguiranno.

“Lo sciamano in te vive quotidianamente con il senso della morte, mentre il resto di te lotta con il pensiero deprimente che la vita presto finirà. Penso che sia come dice lo sciamano: solo il senso della morte imminente ti scuote a staccarti dai tuoi momentanei attaccamenti e paure, dal tuo interesse nei programmi che hai fatto. E così lo stregone saluta la morte come la fine di uno stile di vita che da lungo tempo ha esaurito la sua energia. Lo sciamano trova trasformazione ed estasi, non tragedia e fallimento, nella morte.”[iii]

La morte ci sfida a fermarci e ad espandere i nostri orizzonti. Spesso questo è causato da momenti di avversità, fondamentalmente quando siamo forzati a porre fine a certi schemi meccanici nella vita. La concentrazione principale nella vita di tutti i giorni è sul fare. Continuiamo a correre di qua e di là per fare qualcosa finché siamo costretti a fermarci da una malattia o dalla morte. Per questo per molte persone l’unica opportunità di smettere di fare e cominciare ad essere si presenta quando sono messi a confronto con situazioni in cui sono in pericolo di vita. Il paradosso è che oltre la tragica e spaventosa percezione ordinaria della morte, esiste uno spazio dove le cose sono molto più semplici e serene. Se moriamo o affrontiamo una morte imminente, tutte le nostre responsabilità e gli obblighi immediatamente svaniscono. Ci fermiamo e ci focalizziamo sull’essere, mentre il mondo continua ad essere occupato a fare. Prendendo di proposito tempo per morire, mentre siamo ancora in vita, diventiamo più vivi nel presente. Per esempio, puoi provare a fermarti proprio adesso, diventando consapevole del tuo respiro, come se stessi esalando i tuoi ultimi respiri.

Prendere del tempo regolarmente per meditare o viaggiare sciamanicamente ci consente di imparare l’arte guaritrice della morte, fermarci e connetterci con la nostra natura multidimensionale, che è invero l’unica parte in noi che può superare la morte, che continua a vivere mentre ogni altra cosa svanisce, così la Morte arriva sempre come un banco di prova dei nostri pensieri, emozioni e intenzioni, da quando AFS Bogus dice, “sol chi non si defila dinanzi alla morte è persona verace”[iv]

[i] La citazione in questa nota non è necessariamente collegata all’articolo, credo tuttavia che sia ok, considerando che solo l’1% dei lettori guarda le note. “La morte è una delle poche cose che si possono fare facilmente restando distesi. La differenza tra sesso e morte è che la morte la puoi fare da solo e nessuno ride di te” Woody Allen
[ii] Alan Watts, Psicoterapie Orientali e Occidentali, Astrolabio Ubaldini, 1978
[iii] Arnold Mindell, Il Corpo della Sciamana, Il Cerchio della Luna, 2000
[iv] AFS Bogus, “Letter to Francesko Saint”, 2 novembre 1986 in Provordo Etnai Pratinindhe Pradhikara Southern Europe Archives, year 1986

L’Eremita – Vergine: Viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

RWS_Tarot_09_HermitNel sistema esoterico della Golden Dawn l’Eremita è associato al segno della Vergine.

L’immagine del saggio eremita ha svolto sin dai tempi antichi un ruolo di gran rilievo nell’immaginazione popolare. Il ritiro dalla vita ordinaria e l’attenzione totale rivolta alla ricerca della verità erano molto apprezzate, specialmente perché coincidevano con qualità sante ed un’attitudine di servizio devoto verso coloro che non si “ritiravano”.

Nel Tarot of the Saints di Robert Places, l’Eremita è rappresentato da Sant’Antonio Abate, che è tradizionalmente ritratto con una piccola campana, un maiale a lato e una grande croce a forma di T (il tau). Similmente a San Francesco, Antonio fu colpito da un passo del Vangelo di Marco, “Vai, vendi quello che hai, e donalo ai poveri”, che è quello che egli fece. Tuttavia, a differenza di Francesco, Antonio trascorse la maggior parte della sua vita in preghiera e ascetismo solitari. Il suo esempio e i poteri miracolosi di cui era dotato attirarono molte persone per guarigione e guida spirituale.

In molti mazzi di tarocchi, compreso il Rider Waite Tarot, la carta dell’Eremita ritrae un uomo anziano con una veste e cappuccio monacale, eretto sulla neve di un picco di montagna, mentre tiene nella mano destra una lanterna con una stella a sei punte, associata con l’esagramma del Sigillo di Salomone, o Shatkona (rappresentante l’unità divina e la fusione delle polarità), e un bastone di legno nella sua mano sinistra. La mano destra tradizionalmente è in relazione con l’intento consapevole, che è qui associato con la luce, la saggezza della lanterna e la capacità di unire gli opposti (il Sigillo), mentre la mano sinistra rappresenta ciò che è rilasciato, ossia il potere mondano del sentiero patriarcale (il bastone).

Similmente a Gandalf nello Lo Hobbit e Il signore degli anelli, l’Eremita, oltre a tenere un bastone, è vestito di grigio, il colore che s’associa al Mondo Medio e che integra gli opposti del Mondo Alto (bianco) e del Mondo Basso (nero). Tuttavia, a differenza di Gandalf o altri simili maghi, l’Eremita non è in relazione con l’uso soprannaturale del potere o con lotte aperte con le forze del male, sebbene la lotta avviene ad un livello interiore e spirituale, come nella tradizione del combattimento o guerra spirituale contro il demonio, tipica di Sant’Antonio abate e altri santi.

Per mezzo della meditazione, il silenzio, la contemplazione e l’umiltà, l’Eremita si muove oltre i conflitti tra le polarità, raggiungendo una vetta di saggezza iniziatica, che egli condivide senza sforzo, e forse senza avvedersene, con coloro che vivono ancora nell’ignoranza e illusione. Dalla cima della montagna egli guarda in basso, tenendo la lanterna come per illuminare il sentiero dei ricercatori che si arrampicano e potrebbero facilmente perdersi. Egli è compassionevole e protettivo, tuttavia non è disposto a discendere, o a fare compromessi con coloro che chiedono aiuto dal basso e non sono disposti a salire. La sua funzione è di erigersi come faro luminoso, così che il picco può essere reso visibile per chiunque è disposto a raggiungerlo.

L’Eremita opera come faro interiore, in rappresentanza di quella parte dentro di noi che può scollegarsi dal caos emotivo e mentale della realtà separata, per entrare in rapporto con la nostra vera intenzione e saggezza originaria. La sua presenza emerge ogni volta che ci perdiamo e siamo disposti a trovare il nostro vero orientamento, quando scegliamo di ritirarci dalle distrazioni del mondo esterno, per focalizzarci internamente e abbracciare una ricerca solitaria della verità. Egli risplende da dentro, fornendo una guida lucente e dirigendo i nostri passi sul sentiero che è necessario che percorriamo al fine di realizzare il nostro potenziale più alto.

Quando la lanterna dell’Eremita colpisce la nostra vita, questo è un segno che abbiamo bisogno di lasciare andare il nostro coinvolgimento con il mondo e prenderci del tempo per riflettere e restare in solitudine. C’è un bisogno vitale di mettere in discussione il modo in cui abbiamo vissuto, smettendo di muoverci come robot e assumendo responsabilità per ritrovare la nostra fonte originaria.

Meditazione, silenzio, contemplazione, solitudine e qualunque forma di ritiro spirituale svolgono un ruolo importante in questo stadio. Esse possono essere il risultato di una scelta volontaria o arrivare inconsciamente mediante l’azione dell’anima tramite malattie, prigionie o altre forme di solitudine obbligata.

La solitudine è l’elemento chiave per l’Eremita, e la prima associazione che la maggior parte delle persone riceve con riferimento a questo personaggio. Tuttavia, come direbbe Osho, l’Eremita è “solitario” (alone), ma non “solo” (lonely).

“C’è una gran differenza tra essere solitario ed essere solo. Quando sei solo pensi all’altro, l’altro ti manca. Essere soli è uno stato negativo. Senti che sarebbe meglio se l’altro ci fosse – il tuo amico, tua moglie, tua madre, il tuo amato, tuo marito. Sarebbe meglio se l’altro ci fosse, ma l’altro non c’è. Essere soli è l’assenza dell’altro. Essere in solitudine significa essere in presenza di se stessi. La solitudine è molto positiva . E’ una presenza, una presenza che fluisce abbondante. Sei così pieno di presenza che puoi riempire l’intero universo con la tua presenza e non c’è bisogno di nessuno.” (Osho, The Discipline of Transcendence, Vol. 1, Cap. 2)

Come dice il monaco trappista Thomas Merton: “La persona solitaria, ben lontana da chiudersi in se stessa, diventa una con tutti. Partecipa della solitudine, della povertà, dell’indigenza d’ogni essere umano.”

L’Eremita ci confronta con la consapevolezza che i nostri veri obiettivi non hanno nulla a che fare con ciò che è pubblicizzato nella realtà consensuale, che c’è una dimensione più profonda oscurata dal mondo esterno e che può essere esplorata solo se prendiamo l’iniziativa di farlo, anche se ciò significa abbracciare la solitudine. Tutte le ambizioni e i conforti ordinari perdono la loro presa arrogante, mentre il desiderio per la verità regna supremo come l’unico requisito in grado di riscaldare l’anima. Il primo passo è incontrare l’Eremita e riconoscere la solitudine.

La solitudine(all-oneness) è la nostra vera natura. Siamo sempre soli. Siamo giunti in questo pianeta in solitudine e lo lasceremo in solitudine. E pure durante il nostro intero soggiorno in questo mondo continuiamo ad essere solitari, sebbene ce ne possiamo dimenticare o possiamo fingere che non sia il caso.

Solo se l’incontro con l’Eremita ha successo, il ricercatore potrà ritornare e dispensare i suoi dono al mondo esterno. La maggior parte di coloro che hanno contribuito benedizioni e amore in questo pianeta lo hanno fatto dopo aver trascorso molto tempo in solitudine. Come dice Osho “il vero amore non è la fuga dalla solitudine, il vero amore è una solitudine abbondante. Uno è così felice nell’essere in solitudine che desidera condividerla – la felicità vuole sempre essere condivisa. E’ troppo grande, non può essere contenuta, come un fiore non può trattenere la sua fragranza, deve essere liberata.” (Osho Talks on CD)

L’Eremita è la chiave per le vere sacre relazioni. Le sacre relazioni non hanno nulla a che vedere con l’idea convenzionale dei compagni dell’anima, o altri concetti come fiamme gemelle, anime gemelle o raggi. Queste relazioni sono basate sulla premessa che qualcuno è l’altra metà della mia anima e che ho bisogno di lui o lei per essere completo. In una relazione sacra io non sono la metà di un intero con un altro, siamo entrambi un intero, come dice Un corso in miracoli.

“Ciascuno ha guardato dentro e non ha visto alcuna mancanza. Accettando la propria completezza, la vuole estendere unendosi con un altro, intero come lui. Non vede differenze tra questi sé, perché le differenze sono solo del corpo. Quindi non vede nulla che vorrebbe prendere. Non nega la propria realtà perché è la verità.” (UCIM, Cap. 22, Introduzione 3:2-6).

L’Eremita e la Vergine segnano un intenso processo di trasformazione inteso a fornire gli strumenti che possono permettere all’anima di muoversi dall’arena dolorosa delle relazioni separate al regno delle vere relazioni.

Questo arcano indica un momento di transizione, che può condurre a un cambio radicale di prospettiva nella vita, una rinascita e un risveglio al proprio autentico sentiero. Ciò è promosso mediante un lavoro interiore profondo, meditazione o pratica sciamanica, e pure attraverso il ritiro in luoghi nella natura, allineandosi con i ritmi della terra e coltivando il silenzio. Il ritiro dalle interazioni sociali, le preoccupazioni mondane e le attività stressanti è inteso a cambiare il punto di focalizzazione dal esterno a interno, dalla vita ordinaria alla realtà, così che la relazione primaria dimora con il nostro vero Sé.

“La solitudine dell’Uomo e, in vero, la solitudine di Dio. Ecco perché è una cosa così grande per un uomo scoprire la sua solitudine e imparare a vivere in essa. Perché lì egli comprende che lui e Dio sono uno: che Dio è solitudine così come lui stesso è solo. Che Dio vuole essere solo nell’uomo.” (Thomas Merton)

Franco Santoro

La Forza – Leone: Un viaggio astrosciamanico nei Tarocchi

Febbraio 13, 2015 by admin

strengthDopo l’Imperatore, il Papa, gli Amanti e il Carro questo viaggio introduttivo attraverso gli Arcani Maggiori raggiunge la Forza, che secondo il sistema esoterico del Golden Dawn, è associata al segno del Leone.

Nei Tarocchi di Rider Waite la carta della Forza mostra una donna bionda, con il simbolo dell’infinito sospeso sulla testa, nell’atto di ammansire un leone chiudendo gentilmente, quasi giocosamente, ma con fermezza, le sue fauci. Usa anche una catena di fiori come un giogo per condurre il leone, che si aggiunge alla leggerezza e al potere complessivi della carta, suggerendo le parole di Gesù in Matteo 11:28-30 “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”

Questa carta è una via d’accesso alla natura esoterica della Forza. Molti esseri umani sembrano gravarsi di futili espressioni di potenza. Fanno affidamento sulla loro forza, preoccupandosi del volume dei loro muscoli, di ricchezza e prestigio, e competono strenuamente per conquistare potere e sicurezza. Così vivono sull’orlo della tomba, lottando per ignorare la loro inalterabile data di scadenza, che inevitabilmente spazzerà via tutti i loro simboli di forza. Ed è questa sottile consapevolezza di temporaneità che causa tutte le incessanti tensioni e ansietà che caratterizzano la nostra realtà. “Se hai fiducia nella tua forza, hai tutte le ragioni per essere apprensivo, ansioso ed impaurito. Cosa puoi predire o controllare? Cosa c’è in te su cui si possa contare? (UCIM  L47.1). In un batter d’occhio tutte le nostre risorse e comodità possono disintegrarsi. “In un momento tutto può cambiare” canta Hilary Duff in Fly.

La Forza descritta da questa carta è la vera chiamata del Vangelo, l’invito a non faticare invano e a ricevere il regalo di Cristo di amorevole pace e riposo che è disponibile ogni qualvolta scegliamo di lasciar andare la lotta per la forza personale. “Mia forza e mio canto è il Signore, Egli mi ha salvato” (Esodo 15;2). Ciò che sta alla base di questa scelta è l’accesso al mistero della Forza, una forza che scaturisce da una vera resa alla volontà di Dio e dalla capacità di accettarla come la propria unica fonte di rifugio. “Vengono meno la mia carne e il mio cuore, ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre.” (Salmi 73:26). Tuttavia ciò non è perseguibile attraverso la mente razionale, e vi si può accedere soltanto se siamo disposti ad affrontare le nostre paure e desideri inconsci. La vera forza non è il risultato della repressione e del rifiuto, né è basata sul controllo di ciò che minaccia la sicurezza individuale, o delle idee collettive e credenze spirituali. L’ammissione al mistero è concessa quando lasciamo andare la forza arbitraria di questo mondo separato, e decidiamo di affrontare la forza sconosciuta della nostra natura multidimensionale.

Il Leone rappresenta tutte le energie, emozioni e sensazioni che sono state espulse dalla nostra Configurazione Umana Arbitraria (CUA) per produrre l’ego separato, con il quale molti esseri umani si identificano. Il primo passo per andare oltre questa falsa identità implica la decisione “di prendere il giogo di Dio” e rivolgersi alla propria autentica fonte di Forza. Questo equivale a connettersi con lo Spirito Guida o, come nel primo stadio del Rituale di Base del Sacro Cono, allinearsi col proprio Intento collegato alla Funzione. La risoluzione che “Dio è la forza in cui confido” (UCIM, L47) è il primo passo, che permette ad un secondo e più fondamentale passo di emergere.

Con quest’ultimo passo, come nel secondo stadio del Rituale di Base, l’identità dell’ego si sbriciola come un vaso di Pandora e tutte le precedenti energie represse sono rilasciate. Ciò distrugge ogni vano attaccamento alla configurazione umana arbitraria, mentre fornisce anche la forza necessaria che permette di andare oltre e svela lo scopo del nostro intento originale, che emerge nel terzo stadio. Situazioni di paura e ansia si rivelano per essere abbandonate una ad una, lasciate scivolare via, per raggiungere il nostro luogo di vera forza.

“Riconoscerai di averlo raggiunto se sentirai un senso di pace profonda, anche se brevemente. Lascia andare tutte le cose triviali che si agitano e ribollono sulla superficie della tua mente, e raggiungi il Regno dei Cieli, al di sotto di esse. C’è un posto in te dove c’è pace perfetta. C’è un posto in te dove nulla è impossibile. C’è un posto in te dove dimora la forza di Dio.” (UCIM L47.7:2-6).

Nello stadio finale la separazione è rilasciata, svelando la nostra natura di esseri santi multidimensionali e lasciando il nostro precedente sé come un canale pulito attraverso il quale la forza di Dio può rimpiazzare tutte le assurdità che c’erano prima.

“Dio è davvero la tua forza, e ciò che Egli dà è dato veramente. Questo significa che lo puoi ricevere ovunque tu sia ed in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo e circostanza in cui ti trovi. Il tuo passaggio attraverso il tempo e lo spazio non è casuale. Non puoi che essere nel posto giusto e al momento giusto. Tale è la forza di Dio. Tali sono i Suoi doni.” (UCIM L42.2:5)

Il terzo passo è il risultato della gioiosa implementazione dei due precedenti stadi, esemplificata dalla pacifica e gentile interazione tra la donna e il leone. Qui la Forza non è basata sulla capacità di sopportare sacrifici e sofferenze. Non è un tiro alla fune tra il sé inferiore e superiore, bene e male, purezza e peccato. Non è una crocifissione, un martirio o altri crudeli indicatori della desolata follia indotta dalla Configurazione Umana Arbitraria (CUA). La Forza è un processo pacifico e gentile, e non potrà mai essere conseguito, a meno che non abbraccio lo spirito innocente dell’infanzia senza preconcetti. Lasciare andare l’ostinata ipocrisia e aprirsi gioiosamente al prodigio di Dio sono le porte del mistero della vera forza.

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.” (Matteo 11:25-30)

A questo punto propongo alla tua consapevolezza alcune domande.

Come ti senti quando leggi di cose nascoste ai sapienti e agli intelligenti e rivelate soltanto ai bambini? Vedi immediatamente te stesso come uno di quegli intelligenti e razionali? O ti vedi invece come uno di quei bimbi cui le cose nascoste sono state rivelate? O forse vedi te stesso come entrambi, dimenticando o rinunciando alla conoscenza interiore del tuo cuore, abbracciando le idee di altri e mendicando una guida, e poi, di tanto in tanto, ricordando la tua vera fonte di sapienza ed aprendoti alla tua Forza? Quali cose ti sono state rivelate fin da quando eri bambino, e ogni volta che hai permesso a te stesso di essere un bambino? Dove dimora la tua vera Forza? Che cosa hai da dire in proposito? E che cosa ha da dire la tua Forza?

Il Leone tradizionalmente risplende come il più importante emblema di potere regale e oro alchemico. Rappresenta le qualità del Sole, che non è il falso sole che viene e va, cambiando drasticamente i suoi effetti sugli esseri umani in base ai mutamenti stagionali o giornalieri. È il Cristo, il radiante potere di Dio e la Luce del Mondo. Il vero Sole concede generosi doni in ogni momento. Appartiene a un mondo di cui la nostra arbitrarietà umana è semplicemente la più pallida e povera imitazione, preceduta da molti altri regni. Questi domini, sebbene ancora separati, sono molto più reali del nostro mondo finto. I loro doni sono accessibili solo a coloro che hanno occhi per vedere oltre il mondo delle ombre dell’esperienza umana ordinaria. E tuttavia questi regni esistono anche all’interno della stessa configurazione umana arbitraria. Sebbene questa configurazione sia basata sulla separazione è tuttavia il sottoprodotto di altre realtà e non può esistere senza di esse, proprio come le ombre devono la loro sopravvivenza agli oggetti che si trovano tra la loro superficie e la fonte di luce.

Quella che percepiamo come realtà è semplicemente una copia indistinta di altri mondi pronti ad emergere se lasciamo andare il nostro attaccamento vittimistico alla realtà consensuale. L’integrità del ricercatore spirituale è basata sull’ottenimento di un incontro diretto con Dio, per trovare la verità, non importa dove o cosa sia, e nonostante tutte le paure e i pregiudizi collettivi riguardanti tale verità. Qui la Forza non è la capacità di avere successo nel mondo competitivo e provare la propria superiorità sugli altri. È il potere di abbracciare pienamente il nostro spirito avventuroso ed impegnarci gioiosamente con Dio come bambini innocenti e giocosi. “Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” (1 Cor 1:25).

È durante i loro giochi che i quattro bambini in Le Cronache di Narnia escono dalla realtà ordinaria e raggiungono un mondo dove alla fine incontrano Aslan, il Gran Leone. E man mano che le loro avventure si espandono scoprono altri mondi dentro i mondi. “Quanto più lontano vai, tanto più grande diventa ogni cosa. L’interno è grande come l’esterno” spiega il Signor Tumnus (il fauno) a Lucy Pevensie (la più piccola dei quattro bambini) nel settimo ed ultimo libro di Narnia, L’Ultima Battaglia. Lucy comincia a vedere sempre più chiaramente. Si rende conto che il giardino non è un giardino ma un intero nuovo mondo, con fiumi e foreste, montagne e cascate. E tuttavia non è affatto strano, perché lei lo conosceva già.

“Vedo”, dice “questa è ancora Narnia, e più reale e più bella della Narnia laggiù, proprio come era più reale e più bella della Narnia fuori della porta della Stalla. Vedo… un mondo dentro un mondo, Narnia dentro Narnia.” “sì” dice il Signor Tumnus, “come una cipolla, tranne che se continui ad andare sempre più verso l’interno, ogni cerchio è più grande dell’ultimo.” E Lucy commenta “anche nel nostro mondo una volta una Stalla aveva qualcosa dentro più grande di tutto il nostro mondo.” “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” (Matteo 18:3)

Nei Tarocchi di Rider Waite la Forza è l’ottava carta degli Arcani Maggiori. È una collocazione controversa poiché in mazzi più recenti la stessa posizione è occupata dalla Giustizia, mentre la Forza è il numero 11. Arthur Waite e altri autori influenzati dall’Ordine della Golden Dawn  hanno scambiato le due carte, mettendo la Forza subito dopo il Carro. Questa posizione enfatizza la polarità tra Cancro (Carro) e Leone (Forza), Luna e Sole, ma in un modo in cui i loro attributi convenzionali sembrano invertiti e Cancro sta per yoga, controllo, razionalità, attacco e il maschile, mentre il Leone rappresenta tantra, rilascio, emozionalità, resa e il femminile. Anche il numero 7 appartiene al maschile magico, mentre l’8 appartiene al femminile.

“Una teoria esoterica considera l’energia sessuale come una manifestazione dei principi energetici alla base di tutto l’universo, maschile e femminile, essendo simili ai poli positivi e negativi dell’elettromagnetismo. Dalla manipolazione di quest’energia bipolare, deriva un potere “magico”. Gli occultisti considerano questi principi una scienza, né più e né meno misteriosa della moderna manipolazione scientifica dell’energia atomica.” (Rachel Pollack, 78 Degrees of Wisdom, p. 68)

Nei Tarocchi dei Santi di Robert Place, la Forza è associata a San Girolamo dottore della Chiesa tradizionale nel quarto secolo, raffigurato con un leone (vedi immagine) a causa di una leggenda descritta in Beast and Saints di Helen Waddell. Una sera San Girolamo sedeva nel monastero con altri monaci quando arrivò un grande leone che zoppicava su tre zampe e teneva la quarta sollevata da terra. Mentre tutti gli altri monaci si fecero prendere dal panico, Girolamo uscì per andare incontro al leone, salutandolo come un ospite. Il Leone tese a Girolamo la zampa ferita. Il santo vide che era stata trafitta da spine, e gliele tolse. Il leone guarì e divenne un animale pacifico e domestico, andava e veniva dal convento e offriva ai monaci i suoi servigi.

Nel mazzo di Alesteir Crowley la Forza è ricollocata all’undicesimo posto, ma è rinominata Lussuria. Qui l’enfasi è sul rilascio e la direzione dell’energia legata alle nostre emozioni più forti, incarnata esotericamente dai misteri della sensualità sacra.

La Forza si trova a un incrocio decisivo sul sentiero dell’iniziazione, e annuncia l’emergere di un nuovo scenario. Ciò significa rilasciare il nostro comportamento controllato e intraprendere il sentiero della passione, attingendo al potere dei nostri desideri più profondi, senza tuttavia cedere ad essi. È lasciare andare il ruolo sostenuto in storie messe in scena da altri ed entrare nella nostra autentica storia, cavalcando infine il Leone.

© Franco Santoro

 

Voci degli spiriti di natura

Febbraio 13, 2015 by admin

51ZtGBO5VNL._AA258_PIkin4,BottomRight,-48,22_AA280_SH20_OU29_Voci degli Spiriti della Natura

di Paola Pierpaoli

Un’opera multimediale e multidimensionale potente e luminosa, frutto dell’accurato lavoro di Paola Pierpaoli (Esperienze Di Luce), un’audace impresa di guarigione tra Cielo e Terra, un passo decisivo di avvicinamento tra visibile e invisibile, tra comunicazione umana ordinaria e linguaggio della natura, un ritorno al nostro autentico idioma originario.

Le voci degli spiriti di natura raccolte da Paola Pierpaoli nelle sue passeggiate nella zona del lago di Bracciano (Roma). Si tratta di un libro multimediale con rare fotografie di alberi antropomorfi, disegni pieni d’ispirazione, widgets, audio e un video. È adatto sia per adulti sia per bambini, e può essere letto e visionato anche come una fiaba.

Clicca qui per il video.

Disponibile su iTunes Store, su Google Play e su Amazon (versione per Kindle)

Clicca qui per accedere al libro.

Clicca qui per gli eventi di Paola Pierpaoli.

Sito: www.esperienzediluce.net

I grandi sogni

Febbraio 13, 2015 by admin

indexDurante il sogno la nostra anima intraprende un viaggio ed entra in rapporto con una dimensione di sapienza profonda che emana da un passato antichissimo e si estende fino al nostro presente e avvenire.

Questa sapienza si rivela attraverso grandi sogni, vale a dire esperienze oniriche in cui i miti e le leggende della storia della Terra si esprimono in modo diretto.

I grandi sogni, spesso rari nella vita delle persone ordinarie, possono essere riconosciuti dal fatto di destare al risveglio profonda meraviglia, tanto da sentire l’urgenza di raccontarli.

Tra molte popolazioni tribali questi sogni sono considerati come un messaggio da parte degli Spiriti, e tutta la comunità vi partecipa perché il sogno non è visto come un’attività personale, ma viene considerato una pratica collettiva.

La visione di chi sogna può fornire indicazioni valide per l’intero gruppo.

Questi popoli riconoscono i sogni come una parte molto importante della loro epica.

Per epica si intendono qui i luoghi e i percorsi toccati dall’anima, le mitologie ereditate dagli antenati e dalle tradizioni passate, le storie della famiglia d’origine, gli eventi più significativi della vita, e tutti i modelli e i sentieri che ci collegano all’immensità dell’universo.

Franco Santoro

Immagine: “Sweet Dreams” di Sophie Gengembre Anderson

Vesta

Febbraio 13, 2015 by admin

indexVesta era la dea romana della sacra fiamma e del focolare domestico.

Estia, il nome greco di Vesta, significa “focolare”, e precisamente il fuoco sacro che brucia nel cuore della casa, nel mezzo del tempio e nel centro di una città. Questo focolare ha una forma rotonda, così come il simbolo di Vesta è il cerchio e i suoi templi sono circolari. Il fuoco è sito all’interno di un cerchio, esemplificando l’unione tra asse verticale (fuoco) e asse orizzontale (cerchio).

Vesta e il fuoco sacro, l’asse verticale, l’accesso diretto al Divino, sono una cosa sola. La sua presenza evoca immediatamente l’unione di ogni apparente dualità, il recupero delle nostre parti frammentate, l’allineamento del mondo visibile e invisibile con la matrice dell’essere, il Centro, Dio.

Vesta rappresenta il punto di focalizzazione, l’area di assemblaggio, che consente a ogni vicenda della vita di essere ricondotta alla sua essenza originaria, il portale di accesso alla nostra natura multidimensionale e ai nostri doppi dimoranti in tutti gli universi paralleli e dimensioni possibili.

Figlia di Crono e Rea, Estia appartiene alla prima generazione degli dei olimpici, ed è la primogenita, seguita, in ordine di nascita da Demetra, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Subito dopo la sua nascita, Crono la divorò insieme a tutti gli altri figli, ad eccezione del più giovane, Zeus. Questi costrinse poi Crono a liberare i suoi fratelli e sorelle, che riemersero in ordine inverso, per cui Estia fu la prima ad essere ingoiata e l’ultima ad uscire. Quindi Estia è sia la più anziana sia la più giovane tra i figli.

Estia faceva parte del cerchio delle Dodici Divinità in uso nell’antica Grecia e Roma, ma era l’unica a non abitare sull’Olimpo e a non occupare di fatto il suo trono.  In seguito sembra che rinunciò al suo seggio olimpico per consentire l’ingresso di Dioniso. Il suo ruolo di potere tra le divinità antiche è piuttosto incerto e ambiguo. Di fatto, esistono poche documentazioni su Estia, o meglio quanto è disponibile risulta poco comprensibile per le menti degli studiosi contemporanei. Secondo una prospettiva sciamanica Estia è sia la dodicesima sia la tredicesima, ed esemplifica la capacità di spostarsi dall’asse orizzontale a quello verticale, di mutare forma e adempiere distinte funzioni comprensibili solo secondo una prospettiva multidimensionale. Per certi versi questa caratteristica è comune anche a Dioniso.

L’iconografia di Estia e del suo equivalente romano, Vesta, è piuttosto limitata ed è difficile comprendere se i suoi ritratti si riferiscono alla dea o alle sue sacerdotesse. In genere è rappresentata dal focolare o mentre tiene in mano un bastone.

Esistono anche pochi miti che la riguardano. Alcuni di essi concernono la sua castità.

Vesta era molto bella e avvenente, tanto da giungere a far combattere Apollo e Nettuno per la sua mano. Vesta li rifiutò entrambi e chiese a Giove di rimanere per sempre vergine.

Priapo, in un altro mito, provò a violentarla, ma un asino ragliando svegliò la dea e i restanti dèi, mettendo il villano in fuga. Vesta riuscì inoltre a non farsi tentare dalla seduzione di Venere, rifiutandone il modello e diventando così la sua controparte casta.

Vesta identifica un archetipo al di fuori degli stereotipi femminile. Essa non è né donna madre né donna amante. Non è donna in funzione del suo rapporto con l’uomo o con i figli. È semplicemente donna, indipendente, che è in funzione solo del suo rapporto con il fuoco sacro, con Dio.

Vesta era molto popolare a Roma, dove ogni pasto iniziava e finiva con un’offerta in suo onore. Riceveva anche la parte migliore di tutti i sacrifici celebrati nei templi degli altri dei romani.

La sua presenza nelle case permetteva ad una casa di essere considerata tale. Per consacrare una casa, per esempio, dopo uno sposalizio, era necessario accendere una torcia dal focolare domestico di una vecchia casa e portare il fuoco in quella nuova. Vesta svolgeva la stessa funzione di collegamento anche per grandi residenze, templi, villaggi e città. Ogni volta che si fondava una nuova città o si apriva in tempio, il fuoco di uno spazio già stabilito era usato per attivare il focolare di quello nuovo.

Al compimento del quinto giorno dalla nascita di un figlio, questi era fatto ruotare intorno al focolare, come atto di entrata ufficiale nella casa.

Vesta e le sue sacerdotesse (Vestali) erano scelte dal Pontifex Maximus, l’autorità religiosa suprema dell’antica Roma, ad un’età tra sei e dieci anni. Il loro servizio durava trent’anni: dieci di iniziazione, dieci di esercizio delle loro funzioni, dieci come insegnanti di novizie.

Le Vestali erano votate alla castità e a una vita laboriosa compensata con grandi privilegi e onori. Esse erano le uniche donne romane ad avere pieni poteri giuridici, potevano spostarsi in lettiga precedute da littori e presenziare in prima fila in ogni avvenimento di rilievo.

Erano vestite interamente di bianco e il loro abbigliamento si componeva di una tunica, una stola, un mantello e un velo (suffibulum) con cui si coprivano tutto il capo ad eccezione della fronte e dell’attaccatura dell’acconciatura.  Oltre a custodire il fuoco sacro, le Vestali raccoglievano l’acqua dalle fonti sacre, preparavano le focaccie sacre a base di farro (mola salsa), precorritrici del pane eucaristico, custodivano oggetti sacri e gestivano la ritualità quotidiana del tempio di Vesta.

Secondo una versione non accertata, la verginità delle Vestali non era assoluta: dovevano astenersi da ogni relazione sessuale basata sulla procreazione, sull’amore romantico o sensuale, ma potevano impiegare l’energia sessuale nel rapporto con l’asse verticale per garantire l’equilibrio tra gli dèi e le realtà multidimensionali.

In tempi antichi il termine vergine si riferiva a una donna indipendente, completa e autonoma, piuttosto che allo stato fisico di verginità.

L’archetipo di Vesta non è avverso alle relazioni o al sesso. Ella semplicemente non vuole compagni o amanti, né figli o famiglie, che la distolgono dalla sua connessione con la multidimensionalità dell’esistenza, con la realtà interiore, con l’essenza del nostro essere.

L’asteroide Vesta è considerato da alcuni astrologi come uno dei governatori del segno della Vergine e dello Scorpione. Quando la connessione con questo asteroide è forte, è vitale il tempo e lo spazio per stare da soli o per dedicarsi ad attività o lavori estremamente creativi.

La posizione di Vesta nella carta natale può indicare le aree in cui una persona è impegnata in qualcosa di più grande degli aspetti ordinari della vita e gioiosamente sacrifica se stessa a beneficio del tutto.

Vesta, in generale, favorisce il ritiro dalla sfera delle relazioni e delle attività convenzionali, e la ricerca interiore ad un livello sia spirituale sia molto pratico. E’ quella forze che ci assiste quando perdiamo il rapporto con il nostro sé profondo, quando investiamo energie eccessive nell’interazione con gli altri.

Vesta è collegata con il ruolo di sorella, sia come sorella che, soprattutto, come qualcuno con cui la relazione è profonda e intima ma priva di sessualità o associazione convenzionale.
Vesta dà anche indicazioni essenziali su come l’energia sessuale può essere impiegata in modo sacro per la guarigione. Questo è particolarmente utile a coloro che hanno problemi sessuali. Come tale Vesta è in risonanza sia con la Vergine che con lo Scorpione.

Molti individui che sperimentano apparenti limitazioni, frustrazioni o deviazioni nella loro sessualità, come è percepita convenzionalmente, hanno spesso fatto una scelta precisa al livello dell’anima, che è essenziale che capiscano, per esprimere il loro potenziale e gioire del loro proposito nella vita. La relazione con Vesta può aiutare e supportare il riconoscimento della propria vera natura sessuale e rafforzare potenziali sciamanici e di guarigione, lasciando andare colpe e condizionamenti generati da idee convenzionali e pregiudizi.

I transiti di Vesta spesso indicano un periodo di ritiro e solitudine, o l’inizio di un lavoro specifico che probabilmente diventerà un servizio sacro o una missione nella propria vita.
Vesta fu scoperta nel 1807 ed è l’asteroide più luminoso della cintura.

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