Protetto: Tocco Astrosciamanico – giugno 2008 – Terra
Osho
Osho, conosciuto anche come Bhagwan Shree Rajneesh, nato l’11 dicembre 1931 (9.10.3) con Sole in Sagittario, Luna in Capricorno e Ascendente in Gemelli, Luna congiunta a Saturno (Vascello di Saturno).
Osho è stato per me il maestro decisivo, colui che mi ha aperto la strada verso il percorso di trasformazione. Da lui ho ricevuto conferma che la strada più spontanea, maggiormente autentica dentro di me (che tuttavia il mondo attorno a me non riusciva a capire e considerava folle, e di conseguenza anche io consideravo tale) era la strada da percorrere.
Ho incontrato Osho in un momento decisivo e drammatico della mia vita, in cui si trattava di compiere un grande salto. Il mio potenziale, a lungo represso e trattenuto, mi trascinò in bilico su una fune sottilissima, che sapevo che entro pochi minuti si sarebbe spezzata. La caduta era inevitabile, e non c’era nessuna alternativa, alcuna via di scampo.
In quel momento di esagerata disperazione, mi resi conto che sebbene la fune si sarebbe spezzata inevitabilmente, vi era una possibilità di scelta: cadere o saltare.
Cadere significava rassegnarmi al mio fato, non avere alcuna speranza e lasciarmi morire.
Saltare voleva dire usare gli ultimi battiti del mio cuore, il respiro finale, per proclamare i miei sogni, le mie visioni più ardite, ciò che avevo sempre sentito autentico, seppure incompreso e negato dal mondo che mi circondava.
In quell’istante, non c’era più niente che mi circondava, solo una tenue fune e il vuoto. Ero solo con me stesso, tutte le voci dentro e fuori di me non parlavano più, totale silenzio, solo la scelta: cadere o saltare.
E io saltai, e quei sogni, quelle visioni diventarono la mia realtà.
In vero, dal momento in cui scelsi di compiere il Grande Salto, mi sono trovato tante altre volte su quella fune, con tutta la disperazione e la paura che ne deriva.
Onestamente, in molte occasioni, non ho saltato, sono proprio caduto, toccando il fondo più basso possibile oltre il quale non potevo andare. E quelle cadute sono diventate salti allorché ho compreso, come dice Osho, che:
Qualunque cosa tu sei, non è la fine: stai solo a metà. Puoi cadere in basso o elevarti verso l’alto. La tua crescita non è conclusa. Non sei il prodotto finale, ma solo un passaggio. In te qualcosa si sta continuamente sviluppando.
Durante i miei anni come sannyasin di Osho ebbi l’onore di operare come addetto stampa del maestro per l’Italia dal 1989 al 1991, negli ultimi anni della sua permanenza terrena.
Di quegli anni riporto un ritaglio di giornale su Il Resto del Carlino dell’agosto 1989.
Io non ho alcuna biografia. Qualsiasi cosa sia ritenuta una biografia è del tutto priva di significato. In che giorno sono nato, in che Paese sono nato, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è cosa sono adesso, in questo preciso istante.
IO SONO SOLO ME STESSO
(Osho)
Carlos Castaneda
Carlos Castaneda, nato in Perù il 25 dicembre 1925, (10.2.2) con Sole e Giove in Capricorno, congiunti al Medio Coeli, Luna e Ascendente in Toro, tutti tratti astrologici molto pragmatici, tipici degli operatori sciamanici che lasciano un’impronta visibile nella realtà fisica.
Questa capacità è provata dal successo superlativo delle sue opere (più di 8 milioni di copie di libri venduti e tradotti in 17 lingue), nonché dei suoi insegnamenti, che lo instaurano al primo posto assoluto come ricercatore sciamanico per quanto riguarda la popolarità.
Per Castaneda, uno degli obiettivi primari è il mantenimento della consapevolezza dopo la morte fisica, che richiede disciplina e un insieme di procedure costitutuenti la Via del Guerriero.
Le pratiche che descrive nei suoi libri sono intese ad aumentare il potere individuale, evitare perdite di energia (impeccabiità) e ad avere padronanza della consapevolezza mediante l’uso operativo del punto di assemblaggio (assemblage point).
Secondo Castaneda gli esseri umani sono bozzoli raggianti di consapevolezza dimoranti in un universo pervaso da filamenti di luce. Questi bozzoli sono connessi da questi filamenti, che producono la percezione, ma allo stesso tempo la filtrano concentrandola solo su una configurazione minuscola.
Il punto di assemblaggio è la lente di focalizzazione che produce la realtà umana separata. Spostando questo punto è possible percepire altre realtà, che sono tanto reali quanto la realtà umana.
Tipica di Carlos Castaneda è l’enfasi sul potere dell’Intento.
Questo Intento non ha niente a che fare con la lotta per raggiungere obiettivi e desideri nella realtà fisica, nel modo in cui umanamente la percepiamo. Obiettivi, propositi, manifestazione, o auto-affermazione, come si applicano nella vita di tutti i giorni, sono semplicemente pallide ombre dell’Intento.
L’Intento non dimora nella nostra consapevolezza condizionata del mondo ed è completamente scollegato dalla nostra identificazione con il corpo, così come lo vediamo.
L’Intento è un’onda di pura energia che fluisce attraverso gli spazi vuoti lasciati vacanti dalla nostra percezione sensoriale ordinaria. Si trova ben oltre il mondo che pretendiamo di conoscere. Esiste in un regno invisibile, completamente alieno alla nostra cognizione, che tuttavia è paradossalmente la matrice che produce ogni aspetto della nostra vita.
La rivelazione di quest’Intento richiede un enorme investimento di energia, un compito irraggiungibile finché continuiamo a usare l’energia per sostenere la nostra percezione condizionata della realtà.
Quando tutta la nostra energia è impiegata per supportare la nostra identità separata e il nostro senso di importanza, non c’è spazio per nient’altro.
Il nostro senso di importanza è considerato da Castaneda il nemico supremo dello sciamano e la nemesi del genere umano. Questo è evidente nell’interesse incessante per il modo in cui ci presentiamo al mondo, la preoccupazione di piacere agli altri, il desiderio di essere riconosciuti, che ci spinge anche ad investire grandi quantità di energia nel riconoscimento degli altri, così che loro possono poi riconoscere noi.
Don Juan, il maestro di Castaneda, sosteneva che se fossimo in grado di lasciar andare un po’ di quella preoccupazione verso il proprio riconoscimento, “due cose straordinarie potrebbero accaderci. Uno, potremmo liberare la nostra energia dal tentativo di mantenere l’idea illusoria della nostra grandezza, e, due, potremmo procurare a noi stessi energia sufficiente per entrare nella seconda attenzione e dare un’occhiata alla reale grandezza dell’universo.” (Carlos Castaneda, L’Arte di Sognare).
Questa grandezza dell’universo diventa disponibile quanto attingiamo al nostro vero Intento, allineandoci con un campo di energia che esiste nella matrice del nostro essere. Questa forza può essere identificata con molti nomi: Intento, Sé Superiore, Identità Multidimensionale Centrale, o qualunque termine ci faccia sentire bene.
Tuttavia qui questo termine non ha niente a che vedere con il modo intorpidito in cui la nostra realtà separata interpreta Dio e simili. Descrive una forza vibrante, vitale e totalmente liberatoria, completamente avulsa dalle divinità mummificate del culto consensuale.
Sviluppare la consapevolezza di questa forza come energia primaria dell’universo è la sola opportunità per qualsiasi vera evoluzione umana.
Franco Santoro
Citazioni da opere di Carlos Castaneda:
Un uomo di conoscenza vive agendo, non pensando di agire, e neppure pensando a quello che penserà quando avrà finito di agire.
Soffermarsi troppo sull’io causa una terribile stanchezza. Un uomo in questa condizione è sordo e cieco a tutto il resto: è la stanchezza stessa a far sì che non veda più le meraviglie che lo circondano.
Arrabbiarsi con gli altri significa dare importanza alle loro azioni ed è imperativo porre fine a questo modo di sentire. Le azioni degli uomini non possono essere così importanti da mettere in secondo piano la sola scelta possibile: il nostro inevitabile incontro con l’infinito.
Ci sono milioni di strade. Un guerriero, di conseguenza, deve sempre tenere presente che una strada è soltanto una strada; se sente di non doverla seguire, per nulla al mondo dovrà indugiarvi. La decisione di proseguire su di essa o di abbandonarla dev’essere presa indipendentemente dalla paura dall’ambizione. Un guerriero deve considerare ogni strada con attenzione e determinazione e c’è una domanda che non può fare a meno di porsi: questa strada ha un cuore?
La cosa più difficile al mondo e assumere lo stato d’animo di un guerriero. Non serve a nulla essere tristi, lagnarsi e sentire di essere giustificati nel farlo, credere che qualcuno ci faccia sempre qualcosa. Nessuno fa nulla a nessuno, tantomeno a un guerriero.
L’autocommiserazione non si addice al potere. Lo stato d’animo di un guerriero richiede il controllo su se stesso e al tempo medesimo richiede l’abbandono di se stesso.
Puoi spronare stesso oltre i tuoi limiti se sei nello stato d’animo adatto. Un guerriero costruisce il proprio stato d’animo. È conveniente agire sempre in tale stato d’animo. Ti libera da tutto e ti lascia purificato.
Un guerriero calcola tutto. Questo è controllo. Ma una volta terminati i sui calcoli, agisce. Questo è abbandono. Un guerriero non è una foglia in balia del vento. Nessuno lo può spingere; nessuno può fargli fare nulla contro la sua volontà o contro il suo giudizio. Il guerriero è programmato per sopravvivere, e sopravvive nel migliore dei modi possibili.
Ti devi assumere la responsabilità dell’essere qui, in questo mondo meraviglioso, in questo tempo meraviglioso. Devi imparare a far contare ogni tuo atto, dal momento che resterai in questo mondo solo per breve tempo, troppo breve in verità per assistere a tutte le sue meraviglie. Se non rispondi a questa sfida, è come se tu fossi morto.
Un essere immortale ha tutto il tempo necessario per dubbi, sorprese e paure. Un guerriero, d’altro canto, non può… perché sa con certezza che la totalità di sé stesso ha solo poco tempo su questa terra.
Felicità illusoria
L’ego, essendo un’illusione, genera una felicità illusoria fondata su qualcosa che è pubblicizzato ampiamente, e su cui è indotto costante desiderio. Quel qualcosa è indicato come la fonte della felicità. Una felicità che, seppure paghiamo con un alto prezzo, non arriva mai o, se giunge, termina malamente e ci lascia più infelici di prima.
La Luce, che dimora oltre l’ego, non fa promesse, né ci seduce con desideri futuri, ed è disponibile all’istante per tutti. Necessita solo della nostra attenzione, del riconoscimento della sua presenza, che è la felicità esistente innata in noi, sia che abbiamo tutto o niente.
Allora oggi per qualche istante, possiamo sospendere le immani lotte per conseguire la felicità al di fuori. Possiamo, anche solo per poco, guardarci dentro, partecipando alla danza della vita che vi si celebra in ogni istante, e ritrovando subito la felicità che seguitiamo a cercare altrove.
Magari è un’illusione anche questa, ma a differenza dell’altra non costa niente.
Franco Santoro
Immagine: di Baldassarre Peruzzi, nato il 7 marzo 1481, Sole e Luna in Pesci, architetto e scenografo italiano.
Religioni tradizionali
Negli ambienti delle spiritualità alternative vi sono spesso opinioni molto pregiudiziali sul cristianesimo, sul cattolicesimo, sull’islamismo e altre religioni tradizionali (al di fuori del buddismo). Quest’attitudine è sovente comune tra molti amici che incontro sul sentiero. Alcuni di loro, sebbene nati in paesi cristiani, a malapena posseggono nozioni sul cristianesimo a parte quello che hanno sentito o letto in ambienti spirituali alternativi e qualche pallida memoria dell’infanzia. Per non parlare poi dell’islamismo di cui la maggioranza delle persone in occidente ha una visione radicalmente distorta, intrisa di pregiudizi e falsità senza pari.
Sebbene non sia in sintonia con il fondamentalismo religioso o l’arida teologia che percepisco in certi aspetti delle religioni tradizionali, ciò non significa che il bambino va gettato via insieme all’acqua sporca. In effetti, imparare a discriminare tra il bambino e l’acqua sporca è la lezione fondamentale del perdono. E qui diventare fondamentalista nei confronti di ciò che percepisco come fondamentalismo, certamente non aiuta.
Possiamo percorrere il sentiero della guarigione solo se cessiamo di condannarci reciprocamente, solo se smettiamo di focalizzarci su quello che percepiamo sbagliato negli altri. I sentieri delle spiritualità alternative sviluppatesi negli ultimi decenni sono spesso solo un rifacimento, talvolta trito e commerciale, di percorsi sviluppati sin dai tempi più antichi.
Quando ci confrontiamo con forti rancori verso una tradizione, è forte la tentazione di criticare o abbandonare quella tradizione e percorrere un’altra via. Su un sentiero spirituale i rancori fanno parte della confezione ed è inevitabile incontrarli indipendentemente da dove siamo o andiamo. Allo stesso tempo Dio cammina con noi ovunque andiamo, il che significa che i rancori irrisolti continuano a seguirci finché non sono curati con l’aiuto di Dio.
Per molte persone il termine Dio ha perso interesse e in certi casi produce pure forti resistenze. Talvolta appare imbarazzante usare questa parola, perché facilmente scatena pregiudizi e disagi. Questo forse perché alcuni concetti di Dio provocano paura, colpa e giudizio. Dio è solo un termine, che può anche essere sostituito da altri termini o non avere alcun termine. Quel che conta qui è avere un’esperienza diretta di Dio, piuttosto che una comprensione intellettuale.
Ciò che molte persone lungo il sentiero spirituale cercano in questa epoca non sono formalità, dottrine o idee fisse, ma un’esperienza diretta di Dio, che è in vero l’essenza su cui si fonda ogni tradizione spirituale.
Per scopi didattici può essere utile talvolta lasciare la propria tradizione al fine di esplorare percorsi e rancori alternativi. E forse l’insegnamento più importante a questo riguardo è rendersi conto che alla fine c’è un solo sentiero, un solo rancore e soprattutto un solo Dio.
Il rancore è la separazione, o l’assenza d’Amore, e Dio è l’Unità, o la presenza d’Amore, e lo strumento di guarigione è il perdono, lasciare andare la nostra percezione separata, ossia il ricoscere esperienzialmente che Non c’è altro Dio al di fuori di Dio.
Franco Santoro
Sacro Cuore
Nella tradizione cattolica e anglicana la solennità del Sacro Cuore di Gesù si celebra tra il 29 maggio e il 2 luglio.
L’enfasi maggiore nella devozione del Sacro Cuore di Gesù, così come nelle pratiche sciamaniche di purificazione, è verso il Rilascio e il Perdono.
Il Sacro Cuore è rappresentato tradizionalmente da un cuore in fiamme risplendente di luce divina e circondato da una corona di spine e sanguinante. L’illustrazione più tipica mostra Gesù che indica con la mano sinistra il cuore e con la mano destra il cielo e l’atto di benedire. Questa è un’esemplificazione della funzione delle mani nella pratica del tocco astrosciamanico. Con la mano destra stabilisco il contatto con Dio, cui dirigo ciò che traggo dalla mano sinistra, e offro la benedizione. La mano sinistra tocca la ferita sanguinante e pure il Cuore (Cono), il centro nevralgico del perdono.
Il suono “Maranatha”, l’invocazione in lingua aramaica con cui si conclude il Nuovo Testamento, quindi l’ultima parola della Bibbia, è impiegato come preghiera e anche mantra da molti fedeli. Questo suono stimola l’apertura del centro del Cuore, e la promozione della sua Funzione. La vocale “A” è associata con il Cuore ed è qui ripetuta per quattro volte, una per ciascuna direzione o lato del Cuore, insieme a quattro consonanti di forte vibrazione. Come sapete, il termine “Maran” significa “Signore” o “Maestro” in aramaico, mentre “Atha” vuol dire “Vieni” o “E’ giunto”.
È interessante notare come in sanscrito i due termini messi insieme hanno pure un gran senso, seppure in un senso distinto, che pare confrontare e riconciliare le due polarità. Nell’induismo Mara è la dea della morte, mentre nel buddismo Mara, oltre ad essere associato con la morte, è il nome del demone che tentò il Buddha e pure la fonte di ogni rancore. In sanscrito il termine “Natha” significa “Signore, Protettore, Rifugio”. Nel buddismo, il Dio Natha, che significa letteralmente “senza forma”, è generalmente associato al Maitreya sconosciuto or il Buddha che deve venire.
Il Sacro Cuore di Gesù è associato tradizionalmente con 12 benedizioni, che furono promesse dal Cristo a coloro che praticano la devozione del Sacro Cuore. Per l’elenco delle 12 benedizioni cliccate qui. Ciascuna promessa è connessa con un Settore, di cui esprime il potere della relativa medicina spirituale.
Vi lascio con le parole del canto Ego vos elegi, dalla Liturgia di San Columba, che ho appena udito cantata dai monaci della vicina abbazia di Pluscarden
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. (Giovanni 15:16-17)
Ciò mi ricorda che Dio mi chiama, Dio ci chiama amorevolmente con il nostro nome, non importa quanto indegni o inadatti pensiamo di essere. Dio si rivolge a ciascuno di noi. Dio ti chiama, perché è Colui che ti ha scelto.
© Franco Santoro
PS: In termini astrosciamanici “Sacro Cuore” è sinonimo di “Sacro Cono”. Quindi, il Rituale Base del Sacro Cono, pratica tradizionale astrosciamanica, in veste cristiana si chiama Rituale Base del Sacro Cuore.
Morte e Vita accadono sempre Qui e Ora
Ogni particella di conoscenza che diventa potere ha la morte come forza centrale. La morte dà l’ultimo tocco, e tutto ciò che è toccato dalla morte diventa davvero potere. Un uomo che segue il sentiero si trova davanti la morte a ogni svolta della strada, e inevitabilmente si fa lucidamente consapevole della propria morte.[…] Ma il preoccuparsi della morte ci indebolirebbe costringendo ciascuno di noi a concentrasi sul sé. Quindi, per essere un guerriero, la conquista successiva è il distacco. L’idea della morte imminente, invece di diventare un’ossessione, diventa un’indifferenza. (Carlos Castaneda)
La paura della sofferenza e della morte è inevitabile per chiunque s’identifica esclusivamente con la realtà fisica, o di terza dimensione.
E si tratta di una paura inevitabile poiché la morte e la sofferenza del corpo fisico è inevitabile.
Tuttavia, la paura della morte e del dolore, quando sono esplorate intensamente e nella loro effettiva realtà, sono il portale per il passaggio nella quarta dimensione e per la comprensione profonda della nostra autentica natura.
La morte è l’avvertimento che la trasformazione e il rilascio della percezione separata è quello che ognuno qui, nella realtà ordinaria della vita fisica, è destinato ad affrontare.
Questo avvertimento non è nuovo, poiché è stato ricevuto fin dall’inizio della separazione, e da allora le persone sono sempre morte.
È solo la mente separata che si ostina a non accettarlo.
Questa mente è così separata che continua a considerare la morte come un incidente spiacevole, un evento terribile, una zona inaccessibile, da negare, evitare, dimenticare e fare finta che non esista.
Ed è questa negazione che continua a mietere dolore ogni volta che la morte o solo la paura della morte arriva inevitabile.
Con la morte, il sogno dell’ego giunge al capolinea, sebbene possa ancora essere riciclato con una nuova corsa mediante il sogno della reincarnazione: una misera e sinistra farsa che l’ego ha creato per conseguire l’immortalità.
I sogni non possono continuare per sempre e un risveglio generale è solo questione di tempo.
Eppure possiamo decidere di svegliarci prima, evitando ulteriore sofferenza e terrore.
La tolleranza al dolore può essere elevata, ma non è senza limite. Alla fine tutti incominciano a riconoscere, per quanto debolmente, che ci deve essere un modo migliore. Non appena questo riconoscimento si stabilizza più fermamente, diventa un punto di svolta. Questo alla fine risveglia la visione spirituale, indebolendo simultaneamente l’investimento nella vista fisica. L’investimento alternato nei due livelli di percezione viene usualmente sperimentato come un conflitto, che può diventare molto acuto. Ma la riuscita è certa così come lo è Dio. (Un corso in miracoli, T35)
Perciò, riguardo alla morte, la prima cosa da ricordare è di non lasciarsi travolgere da emozioni di paura, terrore e preoccupazione.
Possiamo cavalcare la morte come un puledro che viaggia verso la libertà.
Possiamo trasformare la morte se ci colleghiamo con la quinta dimensione, che è quella del regno mentale e dell’aria.
Connettendoci con la mente multidimensionale, quella che ha una prospettiva più ampia, le emozioni possono essere dirette verso un intento di liberazione e unità.
La mente dell’ego è basata sulla separazione e la negazione, e se usiamo quella mente, quando arriva l’onda emozionale, il risultato è terrore e paura.
Nella percezione separata la morte fisica può arrivare o non arrivare in questo momento, mentre a livello multidimensionale la morte arriva sempre, ed è quello che l’ego separato non vuole riconoscere.
La guarigione dalla separazione avviene portando consapevolezza su ciò che è negato e non visibile, poco importa se sia piacevole o meno.
La morte accade sempre, qui e ora, così come la vita. E se non siamo in grado di percepire la presenza della morte, questo è un dato preoccupante, poiché significa che la nostra mente è morta, o in coma.
Questa è la condizione di buona parte del genere umano, uno stato di coma profondo della mente, fondato sulla negazione della morte.
Allorché la morte ci riguarda da vicino, mediante la scomparsa o le malattie gravi di persone care, o quando a morire siamo noi stessi, ecco che allora ne prendiamo consapevolezza. Ma si tratta tuttavia di un evento personale, che non riguarda il resto della gente, che invece continua a “vivere” e negare la morte.
In certe epoche storiche o momenti della vita, la morte diventa visibile per tutti, ma solo quando accadono epidemie, disastri naturali, catastrofi o guerre.
Ma i più grandi disastri nella storia dell’umanità impallidiscono in confronto alla cosiddetta morte naturale.
La morte naturale prende una media di 52 milioni di vite ogni anno.
Mentre stai leggendo quest’articolo, 144 persone sono appena morte su questo pianeta.
Dunque la morte arriva continuamente, è solo che non la vogliamo vedere.
La morte ci confronta con la scelta tra la percezione distorta dell’ego e la salvezza, il dolore e la felicità, il sogno e la realtà.
È una credenza fissa ed immutabile del mondo che tutte le cose nel mondo nascono soltanto per morire. Viene considerata come la “legge della natura”, da non mettere in dubbio, ma da accettare come la legge “naturale” della vita. Ciò che è ciclico, cambia ed è incerto: ciò che è inattendibile e instabile, che cresce e cala in un certo modo lungo un certo cammino – tutto questo viene considerato come Volontà di Dio. E nessuno si chiede se un Creatore benevolo potrebbe mai volere ciò. (Un corso in miracoli, T23)
© 2010 Franco Santoro
Non posso fare a meno di aiutarti
Dopo una lunga peregrinazione il Ricercatore raggiunse l’ultimo piano sotterraneo del grande palazzo. Si accomodò in una piccola camera d’attesa, ove si pose seduto, impugnando il bastone che lo avevo accompagnato lungo la discesa.
All’improvviso vide l’intero mondo, con tutte le persone e i luoghi cari, disfacersi brutalmente, tra dolori lancinanti e immani brutalità.
Il Ricercatore provò un’indicibile paura e pena.
Nel pavimento si aprì una botola, da cui emerse lo Spirito Tenutario del Mondo, con il volto occultato da un cappuccio conico.
Il Ricercatore si rivolse allo Spirito Tenutario del Mondo, domandando il perché di tutto questo strazio e dolore.
“Io sono il divoratore di ogni cosa. Posso distruggere tutto, perché qui tutto mi appartiene. E distruggo tutto perché la mia passione per Ciò che è ultimo è totale.” rispose lo Spirito Tenutario del Mondo, con tono perentorio.
Il Ricercatore, tenendo fermo ta le mani il bastone, trasse la forza per sfidare lo Spirito Tenutario del Mondo, invitandoLo a rivelare il Suo volto e i Suoi segreti.
Lo Spirito Tenutario del Mondo non si aspettava una tale sfida, e rimase alquanto sorpreso. Dopo qualche attimo di inatteso imbarazzo, riprese la sua ferma parvenza e disse:
“Io sono un dio che agise per paura. Ti ho spaventato perché ho paura di te.”
Poi, abbbassando il tono della voce, lo Spirito aggiunse:
“Volevo solo chiederti aiuto”.
Il Ricercatore invitò allora lo Spirito a chiedere aiuto in maniera diretta e a farlo in quel momento.
“Sì, ti chiedo aiuto!” ammise lo Spirito.
Il Ricercatore rispose:
“Non posso fare a meno di aiutarti.”
E così la relazione iniziò…
© 2011 Franco Santoro
Il canto di Kurandah
Kurandah, il celebre eroe dell’Epica del Sacro Cono, si colloca sovente nel Sud, data la sua devozione per il clan del Settore 6 (Vergine), che lo ha eletto a suo sommo eroe. Le sue gesta mitiche sono narrate in molte Trudeh Etnaie Korah (ballate popolari). Egli è un rappresentante ideale della Via della Guarigione. Il 2 dicembre si celebra la festa della sua canzone, il Canto di Kurandah.
Quello che segue è il modo in cui una volta provai a tradurre la sua storia:
Kurandah viveva in un villaggio dominato da un feroce mostro. Si trattava di una bestia demonica, causa di indicibili sofferenze, malattie e terrore per i paesani. Solo Kurandah pareva essere immune al mostro. In effetti, mentre tutti riuscivano a percepire il mostro, Kurandah ne era completamente incapace.
Sebbene facesse del suo meglio per essere simile ai suoi paesani, e quindi condividere le loro terribili paure, l’idea del mostro era qualcosa di totalmente inconcepibile per la sua mente. A volte fingeva di soffrire o evidenziare i sintomi delle malattie derivate dall’azione del mostro, ma poiché non era un buon attore, ogni suo tentativo falliva miseramente.
Questa situazione era fonte di immensa tristezza per Kurandah. Egli non era in grado di vedere il mostro. Di conseguenza non riusciva a condividere nulla con i suoi paesani. Si sentiva come un alieno. Solo, depresso e abbandonato, decise di trovare rifugio nell’adiacente foresta.
La foresta era considerata la dimora del mostro. Da quel luogo gi abitanti del villaggio potevano udire le sue orrende grida. Questo fu uno dei motivi per cui Kurandah decise di trasferirsi nella foresta. Voleva affrontare il mostro.
Kurandah esplorò ogni angolo della foresta e non trovò alcuna traccia del mostro, e nemmeno qualcosa di simile ad esso. Tuttavia qualcosa di inaspettato accadde. Egli si ricordò dei giochi che soleva praticare in tenera età. Si trattava di memorie molto benedette e gioiose davvero! Esse furono recuperate dolcemente una dopo l’altra e in tutta la loro gloria.
In quei giorni d’infanzia Kurandah passava ore infinite in compagnia dei Bhi Jinah. Procedendo con il recupero delle memorie dei suoi giochi deliziosi e dei suoi compagni di ricreazione, egli si avvide che poteva agevolmente contattare questi suoi vecchi amici. Allora riuscì nuovamente a divertirsi con i Bhi Jinah e a giocare con gli Spiriti, a danzare e cantare, a riconoscere i loro volti cangianti nei regni animali, vegetali e minerali.
Un giorno accadde che Kurandah si trovò di fronte allo Spirito del Centro, altrimenti conosciuto come il Tredicesimo. Era insolito per questo Spirito comparire e tanto meno parlare, ma quel giorno egli lo fece.
“Ora che hai recuperato la conoscenza dei tuoi vecchi giochi” disse lo Spirito “è tempo che tu ritorni al villaggio, onde stare insieme alla tua gente e applicare la tua Funzione. Le cose saranno diverse ora e sarai in grado di condividere le tue canzoni e le tue danze”.
Questa notizia apportò tanta gioia nel cuore di Kurandah. Per la prima volta sentì che poteva finalmente diventare un paesano come tutti gli altri. Ora era sicuro che sarebbe stato in grado di vedere il mostro. Purtroppo queste aspettative furono deluse.
Una volta arrivato al villaggio, egli trovò la sua gente ancora più spaventata e malata di prima. Essi gli descrivevano i loro sintomi, spiegando in ogni dettaglio le caratteristiche del mostro. Kurandah non riusciva a sentire o vedere nulla. Provava compassione per i suoi paesani, ma non sapeva che fare. Ciò lo rese alquanto triste e frustrato.
Egli decise di ritirarsi in una capanna sita al confine tra la foresta e il villaggio. In questo modo poteva onorare l’indicazione dello Spirito di restare al villaggio, rimanendo allo stesso tempo vicino ai suoi amici della foresta. Tuttavia il suo senso di fallimento era copioso e la tristezza che ne derivava incontenibile. Onde esprimerla, Kurandah compose una canzone di tambureggiamento. Ciò gli permise, nell’intimità della compagnia del suo tamburo e del relativo battente, di esprimere il dolore riguardo l’incapacità di vedere il mostro e di essere simile ai suoi paesani.
Che canto profondo e amorevole! Mentre eseguiva quel canto, una donna si trovò a passare da quelle parti. Il dolore che il mostro causava nel suo corpo era così forte. Non poteva più sopportarlo e aveva deciso di andare nella foresta e di offrirsi come sacrificio alla bestia malvagia, pur di porre fine a tale tortura. A causa del dolore, era costretta a muoversi molto lentamente. Si trattava di una donna veramente coraggiosa!
Il suo nome è Dhirah. Non entro nei dettagli della sua storia. Come Kurandah, Dhirah appartiene al clan della Vergine e in tale contesto i dettagli possono essere travolgenti.
Al muoversi nella zona di confine tra il villaggio e la foresta, Dhirah non poté evitare di udire il canto di Kurandah. Incantata da quella melodia, ella si fermò ad ascoltare.
“Che canzone magnifica!” sospirò. Il suono del canto entrò nel suo corpo. Ella poté percepire tutte le cellule del corpo mentre danzavano gioiosamente. Via via notava come il suo corpo guariva e il dolore si annientava. Dopo pochi minuti era totalmente guarita.
Piena di meraviglia e dolce eccitazione, Dhirah corse al villaggio per raccontare cosa era successo. Altri paesani si recarono nel luogo di confine per ascoltare il canto di Kurandah ed essi pure furono guariti. Allora l’intera popolazione si riunì in cerchio attorno a Kurandah. Lo ascoltavano tutti in profonda contemplazione.
Kurandah continuava a cantare indisturbato dalla folla. In effetti, era così preso dal suo canto che proprio non si rendeva conto di quello che succedeva attorno a lui. Dopo poco tutti iniziarono a cantare e a danzare, e anche a guarire completamente. Così tante lacrime di felicità e gratitudine furono versate che un lago iniziò a prendere forma. Fu chiamato il Lago di Kurandah.
Da altri villaggi e luoghi lontani accorse gente per ascoltare Kurandah. Egli continuava a cantare inconsapevole di quello che accadeva. Era tutt’uno con la sua canzone e non poteva percepire null’altro, poiché il suo canto era l’unica cosa ad esistere. La paura del mostro svanì e Kurandah diventò l’eroe santo del Clan.
Il suo canto divenne il Canto di Kurandah. Ancora può essere udito nella zona di confine tra villaggio e foresta. Il Canto di Kurandah permane. Se solo riesco a fermarmi e ad ascoltare, non posso fare a meno di udirlo. Le sue parole mi conducono verso la terra a cui appartengo. In vero io non so se Kurandah è consapevole della guarigione che il suo canto e tambureggiamento ha generato.
A volte mi domando se sta ancora cantando per esprimere la sua tristezza. Forse la sua voce è semplicemente il sacro eco che continua a risuonare come conseguenza di un evento benedetto. Chi lo sa? Quel che so è che voglio tanto bene a Kurandah. I suoi modi di fare sono così gentili e dolci. E’ un maestro di compassione e guarigione. E’ un Eroe del Sacro Cono.
Il Canto di Kurandah è stato accudito come un fuoco sacro centrale in molte vicende dell’Epica. Ascoltandolo e cantandolo, posso entrare in uno stato di profonda relazione con la mia Funzione. Vi sono modi differenti di essere con il canto. Il suo tono muta secondo il cantante e la dimensione spazio-temporale in cui questi si colloca. Il potere curativo del canto è sempre certo.
Molti hanno tentato di studiare il significato delle parole. Alcuni saggi hanno detto che esse sono basate su uno specifico sistema di complesse configurazioni ritmiche intese a formare una sinergia verbale e una sinergia di variazioni toniche al fine di costruire una struttura cosmica delle stesse proporzioni del nostro universo e indi liberarla onde rivelare i regni estatici che esistono oltre. Ebbene, questa è una frase mozzafiato!
Permettetemi di fare una pausa…
Ciò spiega perché la canzone conduce a tali stati estatici e genera vibrazioni curative. Altri hanno detto che il canto appartiene ad una realtà che può essere compresa solo mediante l’esperienza sciamanica diretta. Questa realtà dimora nel centro dei tre Mondi…
Ora, desidero fermarmi poiché non è mia intenzione scrivere un trattato sull’argomento. Non necessito di avere una piena comprensione del canto e di tutte le sue complesse implicazioni. Mi interessa la sua essenza. Qualunque siano le sue variazioni, il significato permane immutato. Il mio desiderio è di connettere l’Intento con la Funzione.
Il mio Intento è di trascorrere notti e giorni infiniti di beatitudine con l’Amato. Il mio Intento è di fare esperienza dei modelli, processi e cicli del continuo e amorevole sviluppo del momento presente. E’ la sola cosa per cui sono disposto a offrire la mia vita. E allorché mi viene chiesto qualcosa sulla morte, così come dicono gli anziani, posso solo rispondere: “Io sono già morto”.
(da: Franco Santoro, Astroshamanism: The Voyage Through the Zodiac, Findhorn Press, 2003)
© Franco Santoro

