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Domande

Febbraio 5, 2016 by admin

Prova a mettere in discussione le tue reali motivazioni creative, ciò che ti spinge a manifestare ogni sorta di cose nella vita.

È forse la tua smania creativa un semplice istinto di imitazione scimmiottesca che ti sospinge ad aggiungere miseramente qualcosa in questa realtà, e quindi a protrarre le catene della sua esistenza separata?

Stai meramente ricoprendo con la tua creatività il terrore di estinzione della tua esistenza robotica e l’impellente propagazione epidemica di questa realtà separata?

È il malessere di questo mondo dovuto alle azioni nefaste di una minoranza di tiranni e cospiratori?

Oppure questa realtà è la conseguenza di ciò che la maggioranza degli uomini insiste con infamia a perpetuare, ritenendolo senza riserve come il corso di azione più elevato?

Più che ricercare risposte si tratta forse di porsi delle domande. Questo significa sospendere la ricerca spasmodica di risposte e soffermarsi sul silenzio che segue la formulazione di domande decisive. Sono queste domande che siamo invitati a enunciare strenuamente. Si tratta di interrogazioni che non abbiamo mai osato, e neppure pensato, di fare. Sono quesiti indicibili e negati, purgati dalla mente separata e relegati in celle di isolamento, dense di terrore e vergogna. È solo mediante il risveglio risoluto e incontaminato della nostra mente indagatrice che il seme della libertà multidimensionale può espandersi. La crescita della nostra natura multidimensionale implica aprirsi sia a una creazione alternativa, sia ad abbandonare la realtà separata nella trita opera di tessitura delle sue storie per lanciarsi nell’accettazione estatica di ciò che dimora oltre.

Nel processo di trasformazione si tratta di essere onesti riguardo i nostri limiti e rancori, senza scoraggiarci per i loro modi ripetitivi. Qui occorre riconoscere che la perseveranza è un attributo essenziale sul cammino di guarigione, e che tutti i rancori sono espressioni distorte di qualità radianti. Indi, invece di divenire frustrati o abbattersi con sensi di colpa ogni volta che vi sono situazioni oscure o fallimenti, l’invito è scoprire quali tipi di valori luminosi essi deformano e celano. La domanda è: come posso trasformare le mie debolezze in potere di guarigione?

 

© Franco Santoro

Risoluzione del gioco

Febbraio 4, 2016 by admin

Se hai utilizzato bene il poco o lungo tempo in cui hai vissuto in questa realtà, forse ti sei già reso conto che questa non è l’unica realtà possibile. Sottolineo forse, perché anche se sei certo di esistere altrove, pure se hai avuto prove inconfutabili dell’esistenza di altre dimensioni, una parte di te non ci crederà mai. Essa seguiterà a insistere che la realtà di questa terra, in cui leggi queste righe, è l’unica realtà possibile. È importante che ti rendi conto che una parte di te non cambierà mai, opponendosi a tutti i costi a qualsiasi cambiamento, a meno che non sia inteso a trattenerti sempre qui.

Esiste il cambiamento finalizzato alla liberazione, e il cambiamento fine a se stesso, inteso a darti l’illusione di essere cambiato. Una parte di te continua da un lato a essere conservatrice, a mantenere lo status quo e a resistere ogni cambiamento, mentre dall’altro opera in maniera rivoluzionaria, ribelle, innescando cambiamenti radicali. Non farti ingannare, si tratta sempre della stessa parte, quella che vuole farti rimanere solo qui, prigioniero di questa realtà.

In questa realtà non è possibile cambiare nulla, perché tutto in questa realtà è già stato creato e deciso a priori, incluso ogni cambiamento. La tua identità in questo mondo è completamente prevedibile, comprese le tue velleità di andare oltre questa realtà.

Il tuo unico potere risiede nel lasciare che questa realtà seguiti a essere quello che è. Ciò significa comprenderne il funzionamento e le strategie, proprio come in un gioco. Si tratta di riconoscere le tue numerose varianti e modalità, le diverse tecniche che puoi impiegare per giocare in modo onorevole onde giungere alla risoluzione del gioco.

La risoluzione del gioco è segreta e inspiegabile. La risoluzione è forse vicina quando ti rendi conto esperienzialmente che si tratta di un gioco, ma allo stesso tempo non ti adoperi per cambiare o sospendere il gioco. E nemmeno, a differenza forse del sottoscritto, lo vai a dire in giro. Capisci intimamente che tutti stanno giocando, che stanno recitando le loro parti nel gioco. Che senso ha nel bel mezzo di una rappresentazione teatrale, dire agli attori e agli spettatori che si tratta di una recita, di una finzione?

La risoluzione del gioco può essere definita, in modo assai azzardato, come il momento in cui sei in grado di giocare sia in questo sia in altri giochi, a esistere sia in questa sia in altre realtà…

Quel che vedi

Gennaio 30, 2016 by admin

eyeIn una realtà separata ciò che vedi si fonda su quanto i tuoi occhi fisici ti mostrano. Tuttavia i tuoi occhi ti mostrano solo quello che è consentito vedere in base al condizionamento di una realtà separata. Vedi forme e corpi separati limitati nello spazio e nel tempo lineare.

Con gli occhi vediamo solo ciò che è vicino a noi nella misera nozione umana del tempo presente. La vera visione, al contrario, comprende tutto quanto esiste in qualunque sfera del tempo e dello spazio. Ogni volta che immagini qualcuno o qualcosa che è vicino o distante, visibile o invisibile, passato o futuro, questo è vedere da una prospettiva sciamanica e multidimensionale. Tuttavia, questa visione è pure creativa, non implica vedere solo ciò che esiste, comporta vedere anche quanto tu scegli che ci sia, poco importa se esiste o meno nel tempo e nello spazio.

La visione implica essere tutt’uno con Dio, con il Tutto, perché Dio, e il Tutto, sono nella tua mente.

Guarigione significa liberarsi dall’attaccamento alla visione separata della vita, vuol dire riconoscere che non siamo corpi fisici scissi da altri corpi, confinati nella misera nozione umana del tempo.

Il nostro scopo come esseri umani è liberarci dalla percezione separata. Ogni dolore e malattia e sofferenza è unicamente dovuto a questa percezione. Non esistono vie di guarigione all’interno di una realtà separata. Ogni tentativo di preservare la salute esclusiva del nostro corpo dissociato da altri corpi e dall’ambiente è un incitamento alla malattia, ogni identificazione che facciamo di noi stessi e gli altri con quello che crediamo essere il nostro o loro corpo, è una condanna a morte.

 

© Franco Santoro

Guarigione

Gennaio 28, 2016 by admin

Guarigione, guarigione, guarigione…
 
Fai attenzione quando consideri il tema della guarigione perché a seconda della tua percezione una guarigione può essere malattia o vice versa.
 
Secondo una prospettiva astrosciamanica, guarigione non significa curare in base alla percezione distorta dell’ego che concepisce la salute solo come la preservazione dell’illusorietà della sua identità. Guarigione significa qui liberarci dalla percezione separata della nostra esistenza e recuperare la memoria della nostra unità con il tutto.
 
Quello che qui la guarigione cura è la percezione della separazione, la causa fondamentale di tutte le malattie. Questo significa anche che, in questo caso, una malattia non ha nulla a che fare con le condizioni del corpo fisico, ma è invece connessa all’incapacità di percepire l’associazione con la rete della vita.
 
Per questo, indipendentemente dalle tue condizioni fisiche o psicologiche, sia che tu le percepisca in buona o cattiva salute, quello che conta qui è il riconoscimento dello scenario più ampio di cui fanno parte. La guarigione in questo caso non ha lo stesso significato usato nel linguaggio convenzionale. La guarigione sciamanica non si occupa di infermità e malattie ordinarie. Una malattia può essere un sintomo di guarigione, mentre un apparente stato di benessere può riferirsi a una grave malattia.
 
Quando ti percepisci come entità separata, sei in uno stato di malattia anche se fisicamente sei sano. Al contrario una malattia, pure estrema, può diventare un processo di guarigione se contribuisce al recupero dell’unità. Sovente nel lavoro sciamanico le cose si capovolgono poiché l’attenzione è rivolta verso la liberazione dalla separazione piuttosto che sulla sua preservazione. Questo processo di liberazione non esclude che ci siano miglioramenti nelle condizioni fisiche. Al contrario, il benessere fisico è qui un obiettivo fondamentale. Ma questo benessere è consapevolmente riconosciuto come provvisorio e implica la piena accettazione che a un certo punto terminerà. Quindi piuttosto che investire tutta la nostra attenzione a preservare uno stato di benessere che inevitabimente verrà a mancare, la guarigione astrosciamanica è intesa a recuperare il ricordo della nostra vera identità, di chi siamo effettivamente oltre al corpo fisico che siamo convinti di essere.

Crisi esistenziali

Gennaio 25, 2016 by admin

Nella sintomatologia generale del recupero della nostra identità multidimensionale e della manifestazione dei nostri veri potenziali la fase più decisiva è caratterizzata da uno stato di confusione, frustrazione e impotenza generale. Questo è paradossalmente il segno indicatore principale della vitalità dei nostri potenziali inespressi e dell’opportunità di metterli concretamente alla luce. Così come le doglie del parto svolgono una funzione propizia nel processo di nascita, le crisi esistenziali favoriscono la contrazione dell’anima e il travaglio che conduce all’emergenza della nostra vera natura.

Le crisi esistenziali che preannunciano l’inizio del travaglio hanno una particolare ciclicità e si alternano a intervalli regolari, all’inizio a ogni ciclo lunare e in seguito con cadenze ancor più ravvicinate, fino ad aver luogo quotidianamente. Queste crisi sono qui lo stadio iniziale di un processo di trasformazione e guarigione, inteso a integrare potenziali positivi e luminosi rimossi dalla coscienza della persona.

Il primo stadio nel processo di nascita e manifestazione della nostra natura multidimensionale può essere piuttosto cruento, e comportare malesseri, crisi e fenomeni spiacevoli, considerati spesso sintomi di gravi problemi o malattie. A livello sciamanico esistono due approcci per trattare queste crisi, li possiamo definire come “esorcismo” e “adorcismo”.

L’esorcismo identifica pratiche e riti impiegati per estirpare entità demoniache o malefiche da persone o luoghi. Sebbene pochi sono a conoscenza dell’effettiva natura di queste pratiche, l’uso del termine è assai diffuso in ogni cultura e in particolare in quella occidentale, dove ha assunto grande popolarità nell’industria cinematografica a partire dagli anni 70.

Adorcismo, al contrario, è un termine noto in genere solo a pochi sociologi o studiosi delle religioni, e implica un processo completamente opposto, con pratiche e riti considerati efficaci per favorire l’ingresso e l’integrazione di entità ritenute benefiche. A questo riguardo, occorre notare che secondo una prospettiva propriamente adorcistica, e olistica, non esiste una divisione effettiva tra entità benefiche e malefiche.

La distinzione tra bene e male dipende dal sistema di credenza in questione. Le tradizioni che impiegano l’esorcismo si fondano su una visione del mondo dualistica, fondata sulla netta divisione tra bene e male, laddove quelle che fanno uso dell’adorcismo hanno una visione olistica, non-dualistica, in cui ogni aspetto dell’esistenza svolge una sua precisa e utile funzione come parte del tutto.

Nell’adorcismo il rapporto con l’entità può inizialmente manifestarsi con espressioni assai negative e oscure, le stesse oggetto delle pratiche esorcistiche. Tuttavia, questa negatività nella maggior parte dei casi è intesa come lo stadio iniziale di un processo di trasformazione e guarigione, inteso a integrare potenziali positivi e luminosi rimossi dalla coscienza di individui o luoghi.

Il termine “adorcismo” fu coniato dal sociologo Luc de Heusch per indicare pratiche finalizzate a placare o installare armonicamente entità presso luoghi e individui, con finalità positive. L’adorcismo implica instaurare un atteggiamento di apertura verso quanto è percepito come disturbo, malattia, negatività, al fine di conoscerne la sua effettiva natura e motivazione. Secondo questa prospettiva ogni processo di crescita, trasformazione e ampliamento della coscienza richiede uno stadio di catarsi, in cui una parte muore o si degrada, favorendo la nascita e lo sviluppo di una parte nuova.

Nello sciamanesimo, l’adorcismo è la pratica per eccellenza impiegata dallo sciamano al fine di acquisire alleati e entità di potere. Il primo stadio di questo processo è generalmente piuttosto cruento, e comporta malesseri, crisi e fenomeni in apparenza molto simili ai casi di possessione sui cui operano gli esorcisti. Tuttavia, l’adorcista, al contrario dell’esorcista che li considera malefici e si adopera quindi per estirparne le cause, incoraggia il processo, seguendo l’individuo coinvolto nei diversi stadi fino alla totale integrazione, armonizzazione ed espressione positiva dell’entità in questione.

Si tratta di un processo molto simile alla gravidanza e al parto, che può essere pure piuttosto doloroso e catartico. In effetti, una madre che urla durante un parto, per chi non è consapevole di cosa sta accadendo, potrebbe apparire come un’indemoniata. Nessuno si sognerebbe tuttavia di considerare il feto come un demonio. La nascita del bambino è in genere favorita, o in caso contrario abortita, ma in questo caso senza implicare che il feto sia negativo.

Quando ci rapportiamo con le realtà non ordinarie e invisibili entriamo in spazi assai controversi della nostra consapevolezza, su cui è molto difficile prendere posizioni a causa dell’ignoranza in materia e soprattutto dei copiosi pregiudizi esistenti.

Potremmo definire l’esorcismo come una pratica di aborto di una forza che potrebbe potenzialmente nascere e integrarsi nella nostra consapevolezza e identità multidimensionale, laddove l’adorcismo rappresenta la gestazione e la nascita. Talvolta, quando la persona in questione, non è in grado di gestire per vari motivi l’impatto di un’entità, l’esorcismo (aborto) può essere necessario, ma da una prospettiva adorcistica ciò non implica che l’entità sia malefica.

Il paradosso è che le pratiche esorcistiche e adorcistiche non sono molto diverse tra loro, quella che cambia è solo l’intenzione. Ne consegue che se lo sciamano opera in una società dualistica, può fare passare una pratica adorcistica come esorcistica. Molte pratiche adorcistiche, come per esempio quelle del tarantismo e dei Gnawa marocchini, sono riuscite a sopravvivere in culture ortodosse grazie a questa capacità di occultamento. Nell’astrosciamanesimo le pratiche adorcistiche sono integrate in armonia con la coscienza contemporanea e gli aspetti sia ordinari sia multidimensionali della persona in questione. Queste pratiche si sviluppano idealmente nelle consultazione, nei seminari e nel lavoro individuale del ricercatore.

 

© Franco Santoro

Ciò che è meglio per me

Gennaio 24, 2016 by admin

fallrock webIn una realtà separata il sé è frammentato e le sue parti si alternano in modo conflittuale nel mondo interiore ed esteriore. Secondo la cosmologia strategica dell’astrosciamanesimo ci sono 12 parti matrice e 144 conflitti base tra loro. Un essere umano “normale” tende a identificarsi coscientemente con una parte e conflitto per volta, sebbene tutte le parti e i conflitti siano simultaneamente presenti.

La nostra salute mentale in una realtà separata è data dalla capacità di mantenere l’identificazione con una parte e di proiettare le altre all’esterno. Nei soggetti più normali, quelli altamente condizionati o in uno stato pressoché androide, questo processo avviene spontaneamente. In altri soggetti, l’identificazione con una parte richiede uno sforzo o finzione. Per altri ancora esiste invece una tendenza naturale e irrefrenabile a identificarsi con più parti e conflitti simultaneamente. Questi ultimi soggetti in una realtà separata sono considerati “anormali” o “malati”, laddove secondo una prospettiva multidimensionale essi sono quelli che dimostrano maggiore salute.

La nostra percezione ordinaria si sposta in continuazione da un’identità all’altra e da un conflitto all’altro, causando uno stato conscio o inconscio di immane agitazione, confusione e frustrazione. Questa situazione è inevitabile in una realtà separata. Non importa cosa perseguiamo nella vita, le nostre decisioni sono basate su una consapevolezza frammentata del nostro essere che entrerà inevitabilmente in conflitto con quella di un altro frammento di noi stessi.

In altre parole, come recita la Lezione 24 di Un corso in miracoli:

“Io non percepisco ciò che è meglio per me.”

“In nessuna delle situazioni in cui ti vieni a trovare ti rendi conto dell’esito che ti renderebbe felice. Pertanto non hai alcuna guida a un’azione appropriata, né alcun modo per giudicare il risultato. Ciò che fai è determinato dalla tua percezione della situazione, e quella percezione è sbagliata. È inevitabile, dunque, che non farai ciò che è meglio per te. Eppure questo è il tuo unico obiettivo in qualsiasi situazione percepita correttamente. Altrimenti non riconoscerai cos’è.
Se ti rendessi conto che non percepisci ciò che è meglio per te, ti si potrebbe insegnare cos’è. Ma vista la tua convinzione di saperlo, non puoi imparare. L’idea di oggi rappresenta un passo nell’aprire la tua mente cosicché tu possa incominciare ad imparare.
Gli esercizi di oggi richiedono molta più onestà di quanta sei abituato a usare. Pochi soggetti, considerati onestamente e con attenzione in ognuno dei cinque periodi di pratica da intraprendere oggi, saranno più utili di un esame più superficiale fatto su un numero maggiore di soggetti. Si consigliano due minuti per ogni periodo di ricerca mentale richiesto dagli esercizi.
Inizia le esercitazioni con la ripetizione dell’idea di oggi, seguita dal cercare nella tua mente, a occhi chiusi, situazioni irrisolte che in questo momento ti coinvolgono. L’enfasi deve essere posta sullo scoprire il risultato che desideri. Ti renderai rapidamente conto d’avere in mente un certo numero di obiettivi, tutti facenti parte del risultato desiderato, e anche che questi obiettivi sono su piani differenti e spesso in conflitto.
Nell’applicare l’idea di oggi pensa a ogni situazione che ti si presenta, e poi elenca attentamente quanti più obiettivi possibili ti piacerebbe raggiungere nella sua risoluzione. Per ogni applicazione potrai seguire più o meno la traccia che segue:

Nella situazione riguardante___________ mi piacerebbe che succedesse___________, e che succedesse___________.

e così via. Cerca di includere tanti diversi tipi di esito quanti onestamente se ne presentano nella tua mente, anche se alcuni non ti sembrano direttamente collegati alla situazione, o addirittura sembrano non avere con essa alcun riferimento.
Se fai questi esercizi correttamente, scoprirai ben presto che richiedi alla situazione moltissime cose che non hanno niente a che vedere con essa. Ti accorgerai anche che molti dei tuoi obiettivi sono contraddittori, che non hai in mente un risultato unificato e che, comunque si metta la situazione, non potrai evitare di provare disappunto per qualcuno dei tuoi obiettivi.
Dopo aver passato in rassegna tutti gli obiettivi sperati per ciascuna situazione irrisolta che ti viene in mente, ripeti a te stesso:
Io non percepisco ciò che è meglio per me in questa situazione
e passa quindi alla situazione successiva.”

 

Vendetta

Gennaio 22, 2016 by admin

circle soul retrievalUno dei sentimenti che maggiormente caratterizza una realtà separata è la vendetta.

La vendetta deriva dall’intento di farsi giustizia, di “pareggiare i conti” per un torto subito, reale o immaginario, da parte di qualcuno o qualcosa. Poiché questo qualcuno o qualcosa, secondo una prospettiva olistica, non è altro che una parte di noi dalla quale ci siamo separati, il danno che infliggiamo come ritorsione verso il danno che abbiamo subito precedentemente è un inevitabile danno verso noi stessi.

In una realtà separata, quale quella umana, ci identifichiamo con una minima parte frammentata del nostro essere, rappresentata dal nostro corpo individuale, proiettando tutte le altre al di fuori, nel mondo che vediamo attraverso gli occhi. La nostra visione e percezione umana del mondo è il risultato della separazione, così come l’identificazione che abbiamo con il nostro corpo fisico. La conseguenza di questa percezione sulla nostra vita e il modo in cui la concepiamo in ogni suo aspetto è immane e radicale.

Tutti, nella misura in cui ci identifichiamo con il corpo fisico e con la percezione di avere un’identità separata, siamo soggetti a un circolo vizioso di vendetta. La vendetta più temibile non è affatto quella sanguinaria, di cui siamo in genere spettatori nei drammi esibiti dalla cronaca nera o dall’industria cinematografica. La vendetta più incisiva procede nell’ordinarietà della vita, nel modo che abbiamo di concepire gli altri e noi stessi. Essa è rappresentata da ciò che vediamo con i nostri occhi.

La lezione 22 di Un corso in miracoli, recita:

Ciò che vedo è una forma di vendetta.

A seguire l’intero testo della lezione:

“L’idea di oggi descrive accuratamente il modo in cui deve vedere il mondo chiunque serbi nella propria mente pensieri di attacco. Avendo proiettato la propria rabbia sul mondo, vede che la vendetta sta per colpirlo. Il suo stesso attacco è così percepito come autodifesa. Questo diventa un circolo sempre più vizioso, finché egli è disposto a cambiare il proprio modo di vedere. Altrimenti saranno pensieri di attacco e contrattacco ad occupare la sua mente e a popolare tutto il suo mondo. Quale pace mentale gli sarà quindi possibile avere?

È proprio da questa brutale fantasia che tu vuoi fuggire. Non è una notizia gioiosa venire a sapere che essa non è reale? Non è una scoperta felice scoprire che puoi fuggire? Tu stesso hai fatto ciò che vuoi distruggere: tutto ciò che odi e che vuoi attaccare e uccidere. Tutto ciò di cui hai paura non esiste.

Guarda il mondo che ti circonda almeno cinque volte oggi, per almeno un minuto ogni volta. Mentre i tuoi occhi si muovono lentamente da un oggetto all’altro, da un corpo all’altro, ripeti a te stesso:

Io vedo solo ciò che perisce.

Nulla di ciò che vedo durerà.

Ciò che vedo non è reale.

Ciò che vedo è una forma di vendetta.

Alla fine di ogni periodo di pratica, chiedi a te stesso:

È davvero questo il mondo che voglio vedere?

La risposta è sicuramente ovvia.”

 

(da Un corso in miracoli, libro degli esercizi, lezione 22. Per ordinare il libro clicca qui)

Commento introduttivo di Franco Santoro

La funzione del perdono

Gennaio 21, 2016 by admin

(per l’articolo precedente clicca qui)
La risposta al circolo vizioso innescato dall’ego è il perdono. A questo termine è data una definizione diversa da quella cui siamo convenzionalmente abituati. Qui perdonare non significa sentirsi superiori e tollerare chi ci fa del male. Questo è ancora un trucco dell’ego, il cui risultato è sempre quello di farci sentire separati e diversi l’uno dall’altro. Perdonare vuol dire correggere l’idea stessa che sia stato l’altro a farci del male. È un perdono per ciò che l’altro non ha mai fatto, non per quello che ha fatto. Con il perdono, gli stessi strumenti usati dall’ego per intrappolarci nel mondo della separazione e della colpa, sono impiegati per liberarci. Attraverso la proiezione all’esterno su persone o situazioni, abbiamo la possibilità di vedere la colpa che è stata repressa in noi. È un’opportunità per osservare la colpa all’esterno, e poi renderci conto che essa è dentro di noi e che non esiste separazione tra interno ed esterno. In quest’ottica, le situazioni più difficili e dolorose della vita, si trasformano in occasioni decisive che ci consentono di vedere ciò che altrimenti non riusciremmo a vedere.

Il processo del perdono si articola in tre stadi. Il primo stadio consiste nel richiamare la proiezione dall’esterno per riportarla all’interno. Si tratta di usare il processo inverso dell’ego e di riconoscere che il problema non è all’esterno, ma è dentro. Il motivo per cui sono infelice è una mia responsabilità. Continuando a credere che le responsabilità sono al di fuori di me, proseguirò a impiegare le mie energie da altre parti alla ricerca di soluzioni impossibili. Il gioco dell’ego consiste proprio nel confonderci con una miriade di problemi apparenti al fine di impedirci di affrontare l’unico problema reale: quello della separazione. In questo modo, l’ego, superando un problema fittizio dopo l’altro, si rinforza sempre di più, mentre la nostra vera essenza viene meno.

Nel secondo stadio, accettiamo la nostra responsabilità e riportiamo la colpa nella nostra mente. Riconosciamo che essa è dentro di noi, la osserviamo, e ci rendiamo conto di avere fatto un errore di scelta. La colpa si rivela il risultato di una decisione presa nel passato: quella di considerarci figli dell’ego invece che figli di Dio, di credere nella paura invece che nell’amore. Una decisione che riguarda il passato, e che, nel presente, possiamo scegliere di cambiare. La consapevolezza del nostro potere di scelta è uno dei punti più importanti. La nostra stessa mente ha creato il mondo che percepiamo come reale, e solo essa può scegliere di cambiarlo.

Abbiamo fatto di tutto per costruire un mondo infernale sulla Terra, in cui l’estasi e la gioia sono miraggi o eventi passeggeri. Nonostante ciò continuiamo a insistere a rimanere attaccati a questo mondo e a fingere di sapere in che cosa consiste la realtà. Quando siamo disposti a perdonare, a lasciare andare il passato, la paura, le nostre idee distorte sulla vita, e a rinunciare al desiderio di separazione, ecco che il sistema dell’ego comincia a cedere. A questo punto s’inserisce il terzo stadio del perdono, di cui non siamo più responsabili. Non spetta a noi toglierci la colpa. Siamo intrappolati da ciò che noi stessi abbiamo creato e ci occorre un aiuto esterno. Ma ora non siamo più preda dei falsi soccorsi dell’ego. Abbiamo scelto di ricercare subito un aiuto reale, invece di accettare soluzioni effimere o di aspettare di raggiungere una perfezione che non arriverà mai. In questo modo dimostriamo di essere pronti a ricevere l’aiuto di cui prima avevamo paura: quello di Dio.

Egli risponde con la rimozione della colpa e il rilascio dei suoi effetti. Il vecchio sogno finalmente si dissolve per rivelare l’amore, la pace e la beatitudine che sempre erano state presenti. Questo è ciò che Un corso in miracoli intende per miracolo. Non significa moltiplicare i pesci o camminare sull’acqua, ma mutare in modo radicale la nostra percezione del mondo. “Quindi, non cercare di cambiare il mondo, ma scegli di cambiare la tua mente riguardo al mondo” (UCIM, Testo, p.445).

Quest’operazione rappresenta un processo profondo di trasformazione, che comporta la rivelazione di tutto ciò che hai deciso di sottrarre all’attenzione della tua coscienza. Piuttosto che ignorare i rancori e le sensazioni nascoste più disperate, provando a eliminarle focalizzandoti solo sul positivo o impiegando la volontà per affossarle nell’inconscio, qui impari ad aprirti alla loro reale natura. Allora inizi a sentirle e accettarle per quello che sono, invece di confinarti in un’illusione convenzionale di benessere, lasciandoti ingannare dalla luce artificiale o interpretando il ruolo di vittima. L’astrosciamanesimo implica assumere responsabilità per la tua presenza sul piano materiale, riconoscendo quel che esiste sul pianeta e smontando pazientemente la separazione. Il vero perdono e rilascio ha luogo quando hai pienamente visto e compreso ciò che lasci andare. Coloro che accettano onestamente di esplorare le loro ombre, ritirando le loro proiezioni dagli altri e integrandole nell’interezza cui appartengono, offrono un servizio di gran valore a questo pianeta.

© Franco Santoro, estratti da Astrosciamanesimo: un viaggio nell’universo interiore

Il sistema dell’ego

Gennaio 21, 2016 by admin

(per l’articolo precedente clicca qui)

Solo tu puoi scegliere se usare il mondo per rimanere intrappolato in uno stato di paura, dove sei vittima delle circostanze, o se considerarlo come un percorso di apprendimento, per raggiungere la pace interiore e ricordarti chi sei veramente. Per favorire quest’ultima scelta, usiamo essenzialmente un unico strumento di liberazione: la Funzione del perdono. Attraverso la pratica del perdono, lasci andare il passato e, con esso, tutti i pregiudizi, le paure e gli ostacoli che l’ego ha posto tra te e la tua natura divina. L’ego è il tuo io separato, fondato sulla paura e sull’illusione riguardo ciò che sei veramente. Per meglio comprendere cosa s’intende effettivamente per perdono, ci soffermiamo sulla struttura dell’ego così com’è descritta da Un corso in miracoli.

Il sistema dell’ego ruota attorno a tre concetti chiave: peccato, colpa e paura. Il peccato è definito come mancanza di amore. Poiché, secondo UCIM, l’amore è l’unica realtà, il peccato non è un’azione negativa da punire, ma un errore o allucinazione da correggere. In breve, il peccato è il senso di separazione, la credenza di essere separati dagli altri e da Dio.

La conseguenza diretta e inevitabile del peccato è la colpa: un’esperienza di malessere dovuta a qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto o a qualcosa di giusto che non abbiamo fatto. La colpa comprende tutto il passato di emozioni, pensieri ed esperienze negative, sia consce che inconsce. È una sensazione di forte disagio che ti fa ritenere sbagliato e immeritevole, un’inadeguatezza di base derivante dalla credenza nel principio di scarsità, vale a dire, la convinzione che manca qualcosa di fondamentale. Questa credenza provoca ogni sensazione spiacevole. Una caratteristica del senso di colpa è che, una volta che lo senti e ci credi, di riflesso inizi a convincerti che riceverai una punizione. Chi ha commesso un grave reato, è condannato o vive nel terrore di essere arrestato. Allo stesso modo, quando sperimenti la colpa, senti intimamente di meritarti una punizione. La minaccia di questo castigo è all’origine di ogni tipo di paura. In breve, una volta che credi nel peccato, cioè di essere separato da Dio, passi direttamente dal peccato alla colpa, dalla colpa alla punizione, per arrivare infine alla paura, con tutta l’ansia e l’odio che ne deriva. Poiché credi di aver peccato contro Dio e di esserti separato da Lui, inizi a temere che sarà Lui stesso a punirti per quello che supponi di avergli fatto. Le colpe e paure sono proiettate su Dio, che si trasforma così nella classica figura punitiva che aspetta sulla soglia pronta a castigarti.

Il ciclo di peccato, colpa e paura, una volta messo in moto, crea una ripetizione continua, una specie di vortice da cui l’ego trae il suo vitale nutrimento. Sembra non esistere via d’uscita a questa situazione. La paura e lo sconforto che ne derivano sono terribili e per liberarsene l’uomo ha bisogno di aiuto. Il punto è che, fino a quando rimani all’interno di questo vortice, non è possibile chiedere aiuto a Dio. Nel sistema dell’ego, infatti, è proprio da Lui che devi difenderti. Qui Dio è visto come un nemico e l’idea che Egli ti punirà per ciò che hai fatto, è la vera causa della paura. Per trovare sollievo, l’unica strada aperta rimane quella dell’ego. La sua disponibilità a soccorrere è subito evidente. Ovviamente, essa deriva da un’unica esigenza: quella di garantire la propria esistenza. UCIM definisce l’ego come quella parte della mente che crede nella separazione. Quindi, il lavoro di base dell’ego consiste nel farci credere che la separazione, e il conseguente ciclo di peccato, colpa e paura, sia un dato reale. Da questa credenza dipende la sopravvivenza dell’ego e su questa chiave si articola il suo intero sistema di pensiero. Finché credi nella colpa, l’ego può continuare i suoi giochi, e qualsiasi aiuto che ti giungerà all’interno di questo sistema servirà sempre a perpetuare la stessa colpa da cui ti vuoi liberare.

La repressione è il primo aiuto che l’ego ci offre. Essa consiste nel prendere in blocco ogni sensazione negativa, spingerla giù nell’inconscio, e poi fare finta che non ci sia. In questo modo, non facendo apparire il problema, si dimostra che il problema non esiste. È la soluzione più popolare, anche se in genere regge per poco. Una parte di te continua, infatti, a rendersi conto che il problema è rimasto. È come rinchiudere i rifiuti della casa in un’unica stanza. Per un po’ di tempo funziona. Poi lo sporco, a forza di accumularsi, inizia a premere contro la porta e a emanare esalazioni insopportabili, finché arriva il momento in cui travolge l’intera casa. Lo stesso accadrà con la colpa repressa. Per evitare questo tipo di inconveniente, l’ego fornisce uno strumento più ricercato: la proiezione. Essa consiste nel prendere la colpa che hai dentro e rovesciarla addosso a qualcun altro. In questo modo, la colpa che non vuoi vedere in te, la vedi in lui, lei o loro. È come scaricare i rifiuti domestici nella casa del vicino, per poi accusare quest’ultimo di essere sporco ed emanare odori sgradevoli. Il punto è che la proiezione è un sistema di smaltimento così istantaneo e segreto da farci dimenticare che sei tu ad avere prodotto i rifiuti che ora vedi nella casa accanto. Qualcun altro diventa quindi responsabile per la miseria, la sofferenza, il dolore che c’è nella vita. Non ha alcuna importanza chi è l’oggetto della proiezione. Può essere una persona, molte persone, un partito, una razza, una nazione, una religione o anche Dio stesso. Ciò che conta, per l’ego, è solo riuscire a trovare qualcuno su cui scaricare la responsabilità per quel che hai dentro.

La proiezione è il metodo più efficace impiegato dall’ego per liberarci dalla colpa. Ovviamente, è anche il modo migliore per trattenerla ed esaltarla. È un trucco dell’ego per farti sentire diverso dagli altri e per rinforzare così la credenza nella separazione. In realtà, quando accusi qualcuno di essere la causa dei tuoi dolori, a un certo livello, ti rendi conto che stai solo sfuggendo dalla responsabilità per la colpa e il rancore che provi verso te stesso. Creando questa dinamica di aggressione, metti in moto un circolo vizioso di colpa e attacco. Più ti senti in colpa, più forte sarà il bisogno di negare questa colpa in te, per proiettarla all’esterno attaccando qualcuno. Più l’attacchi, più forte sarà la colpa, perché intimamente sai che l’attacco non è giustificato, e che in realtà stai solo aggredendo te stesso.

Una forma più insidiosa di proiezione è quella che UCIM definisce relazione di amore speciale. Si tratta di una relazione che, pur apparendo molto diversa dalla precedente, è solo l’altra faccia della medaglia. Hai visto come l’uomo, nel sistema dell’ego, non possa rivolgersi a Dio per ricevere aiuto e amore. Questa situazione lo fa sentire incompleto e genera il bisogno di trovare una persona speciale con cui potersi sentire bene. Si tratta di stabilire un accordo per cui, se qualcuno fa una tal cosa per me, allora io lo amo, e in cambio, posso fare qualcosa per lui. Quando le persone parlano di amore ideale, in genere, si riferiscono a questo tipo di rapporto. Una relazione destinata inevitabilmente ad alimentare il solito circolo vizioso di colpa e attacco. Da un lato, il rapporto soddisfa le tue esigenze, e questo ti fa sentire molto bene. Dall’altro, esso rinforza la dipendenza, il bisogno esclusivo del partner e la paura di perderlo. E alla fine si ravviva il ricordo della colpa che inconsciamente ha causato la nascita della relazione stessa. Poiché è proprio la colpa che più di ogni altra cosa spaventa, e il partner la fa ricordare, allora finirai con l’attaccare e odiare anche lui. A causa della colpa, tutte le relazioni speciali possiedono componenti di paura. Per questo motivo cambiano così di frequente. Quando in una relazione esiste paura, non c’è più spazio per l’amore e ciò che rimane è solo la colpa. In questo modo, sia nelle relazioni di amore come in quelle di odio, la colpa si ricicla di continuo, e ciò permette ancora all’ego di sopravvivere.

In breve, l’ego, dopo aver generato il ciclo di peccato-colpa-paura, ci fornisce mezzi di soccorso, come la repressione e la proiezione. Questi strumenti in realtà contribuiscono solo a rafforzare la situazione di dolore da cui pretendono di salvarci e ad alimentare un circolo vizioso che, a differenza del movimento a spirale del Sacro Cerchio, non consente alcuna via d’uscita.

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© Franco Santoro, estratti da Astrosciamanesimo: un viaggio nell’universo interiore

 

Intento e Funzione

Gennaio 21, 2016 by admin

Il termine Intento rappresenta un ingrediente di base del lavoro astrosciamanico. Esso indica l’espressione più pura del nostro scopo nella vita, o in una certa situazione, così come risulta comprensibile nella realtà di separazione creata dall’ego. La definizione dell’Intento crea un campo di energia che consente di assumere totale responsabilità e di attirare le forze di cui abbisogni. “Il valore di decidere in anticipo ciò che vuoi che succeda è semplicemente che percepirai la situazione come un mezzo per farlo accadere. Quindi farai ogni sforzo per guardare al di là di ciò che interferisce col raggiungimento del tuo obiettivo, e ti concentrerai su tutto ciò che ti aiuta a raggiungerlo” (UCIM, Testo, p. 390). L’Intento è lo strumento di base per la trasformazione interiore quando si allinea con la Funzione, vale a dire allorché cessi di usare la volontà per alimentare l’ego e la usi per contribuire alla realizzazione del tuo effettivo scopo su questo pianeta.

Il termine Funzione, anch’esso ampiamente impiegato, s’identifica qui con il perdono, inteso come rilascio, disfacimento o guarigione delle illusioni di separazione create dall’ego. Il perdono è il massimo fine perseguibile a livello umano e rappresenta, nelle parole di Un corso in miracoli, la chiave per la vera felicità. In quanto tale, si tratta di un compito che si basa su una tua scelta e che non dipende da Dio. “Dio non perdona perché non ha mai condannato. E ci deve essere condanna prima che si renda necessario il perdono. Il perdono è il grande bisogno di questo mondo, ma ciò avviene perché questo è un mondo di illusioni. Coloro che perdonano si stanno così liberando delle illusioni, mentre coloro che negano il perdono si stanno legando a esse. Dal momento che condanni solo te stesso, così perdoni solo te stesso” (UCIM, Libro degli esercizi, p. 75).

L’Intento è un requisito di base nei viaggi sciamanici e in ogni pratica spirituale poiché permette di rendere chiara la vera motivazione nell’intraprendere una o più azioni. In questo modo le forze evocate sono messe in condizione di operare. Il fatto che l’Intento debba essere collegato alla Funzione non significa che i loro contenuti sono gli stessi. Per l’astrosciamanesimo l’Intento è semplicemente ciò che, allo stato della tua attuale consapevolezza, senti onestamente di volere. Non importa di cosa si tratta, o se può sembrare banale o egoistico.

Per garantire trasparenza e pronunciamento da parte di ogni lato significativo di noi stessi, consideriamo tre tipi di Intento in relazione ai tre mondi (alto, medio, basso). Questo permette di evitare conflitti o compromessi. L’intento basso riguarda ciò che vuoi per te stesso, per la tua soddisfazione personale, esplicitamente egoistico, senza riguardo per gli altri o le circostanze della vita. L’intento alto è in relazione con una visione espansa, luminosa, che apporta una soddisfazione elevata e spirituale. L’intento medio è una mediazione ed equilibrio tra gli altri due intenti, un adattamento di ciò che vogliamo alle circostanze della vita. Quel che conta è determinare con precisione quali sono questi intenti, anche se sembrano essere in conflitto tra loro.

Quello che conta è determinare con precisione ciò che vuoi e quello che sei disposto a dare in cambio. “L’obiettivo deve essere formulato chiaramente ed essere tenuto in mente.” (UCIM, Testo, p. 82). Quando sei chiaro e onesto riguardo l’Intento, e t’impegni sin dall’inizio a realizzarlo responsabilmente, i risultati non si fanno attendere. Qualsiasi lavoro sciamanico si fonda su questa premessa. L’ego non s’impegna mai veramente perché prima di tutto non sa che cosa vuole. L’ego conosce solo ciò che non vuole, questa è l’unica cosa su cui è molto chiaro. E questo è il motivo per cui la maggior parte delle persone, continuando a pensare a quello che non vuole, perde di vista il proprio scopo nella vita e alimenta ciò che teme maggiormente.

L’aderenza all’Intento permette di confrontare subito la tua operatività, di mettere in moto le energie e accettare di fare degli errori per poi correggerli in base allo sviluppo graduale della percezione. Essere operativi riguardo i propri intenti non significa necessariamente manifestarli nella vita pratica. La prima fase di manifestazione di un intento concerne la realtà superna, il piano dell’immaginazione, in cui lo consideri nel corso di un viaggio sciamanico, sviluppandolo in una dimensione alternativa; la seconda fase riguarda la realtà ieratica, il piano teatrale e rituale, in cui lo metti in atto fisicamente, come finzione e  simbolicamente, senza condizionare la vita ordinaria; la terza fase comporta la manifestazione nella realtà omologata, quella considerata come effettiva. Spesso un intento si esaurisce già nella prima fase o nella seconda, e non necessita manifestazione sul piano fisico della realtà ordinaria. Questo consente di poter soddisfare ogni intento indipendentemente dalle circostanze della vita e soprattutto quando queste non lo permettono. V. Tre realtà: superna, ieratica e omologata

Il pensiero è creativo e dà forma alla realtà della tua vita. Le persone di successo conoscono il potere della mente e sanno come impiegarlo. Questo non vuol dire che il loro percorso sia necessariamente spirituale. Talvolta, se t’impegni, puoi ricevere delle ricompense da parte dell’ego. Tuttavia, se esse non hanno nulla a che fare con la tua vera natura, questi doni si dissolvono presto come nubi. A questo riguardo è difficile stabilire dei valori generali riguardo la qualità e il contenuto dell’Intento. Ciò che rende l’Intento sacro non è il suo contenuto, ma la sua disponibilità a collegarsi con la Funzione. È come la seguente preghiera: “O Spirito, la mia percezione è limitata e sono consapevole di non essere pienamente a conoscenza di ciò che voglio. Per quello che in questo momento percepisco della parte più luminosa che è in me, io sento che voglio …… e sono pronto a darmi da fare per realizzarlo. Questo è il mio Intento che collego alla Funzione, a significare che, in qualsiasi momento, sono disposto ad abbandonarmi alla Tua più alta volontà”.

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L’Intento ti confronta direttamente con ciò che è tangibile nella vita, qualcosa di immediato. Non è un concetto filosofico, è una realtà proprio concreta che vivi sulla tua pelle, in qualità di essere umano, nonché come essere spirituale.

L’Intento è in rapporto con quello che desideri, con ciò che vuoi in questo momento della vita. A volte prevale quello che non vuoi, tuttavia se sei cosciente delle cose che non ti piacciono è anche quello un punto di partenza che va bene, basta semplicemente tradurre, cambiare la negazione in un’affermazione.

È un momento di grande potere, quello dell’Intento, perché entri in rapporto con l’impiego della forza di volontà. A volte l’atto di volere è visto come qualcosa di egoistico o impertinente, come se non sia lecito appunto volere. Al contrario nell’espressione della volontà ti confronti con la chiave di svolta del lavoro di guarigione.

Il motivo che rende l’Intento molto potente è il fatto che è l’unica cosa su cui sia l’ego che la parte spirituale si trovano d’accordo. Entrambe riescono a capire il concetto d’Intento. Ecco perché è un momento facile di operatività per tutti e due. Una volta che l’energia diventa operativa, si tratta poi di dirigerla da una delle due parti: l’ego o il sé multidimensionale. Certo, in molti casi, è ancora l’ego che vince. Tuttavia, almeno mediante l’esercizio dell’Intento hai attivato l’energia, ed è sicuramente meglio avere un intento egoistico, ed esserne consapevoli pienamente, che non avere alcun intento.

L’ego più pericoloso e astuto è quello che evita l’Intento. È l’ego più nefasto, perché è un ego che finge di non essere ego. Egli la pensa in questi termini: “io non posso volere niente, è egoistico volere”. Fate attenzione a tale ego sofisticato perché è il più pericoloso di tutti. Egli lotta per combattere l’ego, semplicemente perché in questo modo nessuno lo può accusare di essere l’ego. Ma il punto qui è proprio questo, l’ego è in costante lotta con sé stesso. Laddove c’è lotta, antagonismo, competizione, c’è l’ego. Ne deriva che la parte in noi che lotta contro l’ego, che ci giudica ogni volta che facciamo qualcosa di egoistico, che ci impedisce di operare in modi che essa definisce “egoistici”, ebbene questa parte è sempre l’ego.

L’ego che dice “io voglio questo, quest’altro, eccetera”, che è proprio egoista fino in fondo, è in realtà il più semplice e inoffensivo, il più genuino, e anche quello più facile da gestire.

Quando lavori con l’Intento non devi stare a riflettere su cosa è giusto, cosa è sbagliato, ecc. Si tratta semplicemente di essere onesti e sinceri, perché l’Intento è il punto di partenza, non è il punto di arrivo. Parti dall’Intento, da quel che vuoi in questo momento, e anche se vuoi la più gran fesseria di questo mondo, però in questo momento vuoi proprio quella, hai da partire da lì, perché in quella fesseria c’è energia. Impieghi la parte più energetica a disposizione, quella che ha la maggioranza in quel momento. Parti con un governo forte, poi dopo nei corridoi si possono cambiare le cose, ma intanto parti con una buona maggioranza.

Allora c’è un altro elemento che è importante nell’Intento. È accessorio, non indispensabile perché si attiva ugualmente. L’altro elemento dell’Intento consiste in questo, a dire qualcosa del genere “Bene, questo è quello che voglio, e proprio ci tengo, anche se può apparire una fesseria per gli altri e pure per me. Quindi questo è il mio Intento. Allo stesso tempo mi arrendo anche a qualcos’altro, che qui io chiamo la volontà del mio sé multidimensionale. Questo potrebbe perseguire qualcos’altro di cui non sono consapevole, perché l’unica cosa di cui sono cosciente è il mio Intento. Parto con quello che voglio, con quello che mi appassiona, però in qualunque momento sono pronto ad aprirmi a una volontà più profonda”.

Quando l’Intento personale, vale a dire l’Intento secondo la tua prospettiva limitata, coesiste con l’Intento più grande, quello multidimensionale, che in astrosciamanesimo è chiamato “Funzione”, ecco che si apre il cancello del percorso di guarigione spirituale.

 

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