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Archivi per Marzo 2015

Dieta spirituale per tutti – L’Eucarestia al femminile, Giovanni Battista e il segno del Cancro

Marzo 6, 2015 by admin

The_Virgin_of_the_Host

La Vergine dell’Ostia di Jean Auguste Dominique Ingres

Nell’articolo precedente (Non preoccuparti, fatti un sonnellino: viaggio astroevangelico) abbiamo esplorato la sezione dei Gemelli nel Vangelo di Marco, secondo le associazioni zodiacali di Bill Davison in The Gospel and the Zodiac (Il Vangelo e lo Zodiaco). Questa volta c’ispiriamo alla sezione del Cancro, che va da Marco 6:30 a 8:26, ed ai riferimenti a Giovanni Battista la cui festa e Natività è celebrata secondo la tradizione il 24 giugno.

Il segno del Cancro è associato col dare e ricevere nutrimento, sia a livello fisico che spirituale, e sia secondo la nostra percezione separata che quella multidimensionale. Il tema principale è il nutrimento, e la discriminazione tra ciò che nutre la nostra identità separata e ciò che fornisce energia al nostro vero Sé.

È un’area cruciale che comprende cibo ordinario e diete salutari, come pure il nutrimento spirituale. In entrambi i casi, ogni individuo sembra avere esigenze diverse. I cibi che fanno bene ad alcuni possono nuocere ad altri. Tuttavia ci sono alcuni elementi nel cibo che sono vitali per ogni essere umano, e che caratterizzano tutte le diete indipendentemente dalla loro diversità, mentre ve ne sono altri che sono tossici per tutta l’umanità in generale. La stessa situazione si applica al cibo spirituale. Pertanto alcune domande sul fronte del Cancro potrebbero essere:

Come mi nutro spiritualmente? Procuro abbastanza cibo al mio vero Sé? Qual è la dieta spirituale ideale? Dove posso procurarmela? Come posso migliorarne la qualità? Come posso fornire cibo spirituale agli altri e prendermi cura di loro?

Sin dall’alba dei tempi, sono state date continuamente risposte a questi interrogativi, e scritture molto antiche hanno fornito indicazioni dettagliate riguardanti il cibo ordinario e il cibo spirituale. Nei tempi antichi raramente c’era una rigida differenza tra cibo fisico e spirituale. L’Eucaristia, o Santa Comunione, per esempio, nelle prime comunità cristiane non era distribuita nella forma di una piccola ostia.

L’Eucaristia era un vero cibo, un banchetto completo che integrava cielo e terra. Si riteneva che Dio fosse nel cibo e le donne, come tradizionali custodi della cucina, rivestivano il ruolo spirituale più importante. Come dice John Dominic Crossan “non era la teologia che veniva per prima, ma il cibo”. Poi le cose cambiarono, perché le donne furono escluse dalla guida religiosa, e si aprì un varco tra la vita fisica e spirituale che divenne irreversibile,

Nell’epoca attuale la disponibilità d’informazioni sul cibo fisico e spirituale ha raggiunto massimi storici. Così come c’è una quantità e varietà di cibo senza precedenti, c’è anche un’eccezionale quantità e varietà di cibo spirituale sul mercato. Innumerevoli pratiche spirituali, rituali, libri e siti internet relativi a ogni cultura e orientamento, sono liberamente accessibili. Mai nella storia dell’umanità abbiamo sperimentato una tale profusione di risorse fisiche e spirituali.

Purtroppo abbondanza e risorse non implicano necessariamente una qualità superiore. Al contrario, similmente al tema descritto nell’articolo “La Ricerca del Significato e la Vera Giurisdizione”, l’umanità al giorno d’oggi sembra soffrire di uno stato di fame spirituale profonda. Grandi quantità di nutrimento spirituale non garantiscono la copertura delle nostre necessità vitali basilari. Perciò è importante capire quali sono le necessità fondamentali per una dieta spirituale.

Detail from The Last Supper by Juan de Juanes

Ultima cena, Juan de Juanes, dettaglio

Come con il cibo ordinario, alcune persone beneficiano più di certi prodotti che di altri, alcuni sono intolleranti o allergici, e le diete cambiano anche secondo gli stadi della vita. Bambini, adolescenti, adulti e persone anziane hanno diete differenti, e così le persone secondo la loro cultura. Tuttavia, nonostante questo, certi elementi nel cibo sono indispensabili per il nutrimento fisico e spirituale, mentre altri sono fatali.

Detto molto semplicemente, il requisito fondamentale per il cibo spirituale è la presenza dello Spirito. Il termine “spirito” deriva dal latino spiritus, che significa “respiro”. Il respiro è il requisito fisico fondamentale nella vita umana e precede ampiamente il cibo ai fini dell’immediata sopravvivenza. Tuttavia, quando approda alla vita spirituale, il respiro va ben oltre la sopravvivenza fisica, poiché abbraccia il nostro sé multidimensionale, la nostra vera eterna natura, e fornisce l’autentica essenza della dieta spirituale.

Accedere a questa dieta ci permette di risvegliare ed energizzare il nostro vero Sé, uscendo dall’incubo della separazione ed espandendo la consapevolezza di Chi veramente siamo. E questa autentica consapevolezza, detto in modo molto semplice, è Dio, inteso come Unità e Amore, ovvero Amore Incondizionato. Questo è in definitiva ciò che nutre la nostra autentica natura.

D’altra parte, ancora semplicemente, ciò che intossica e avvelena il nostro vero Sé, è l’amore condizionato, l’intolleranza, la condanna, il giudizio, e tutto ciò che deriva dalla separazione, incluse forme di religiosità basate su divinità separate e maledicenti.

La sezione del Vangelo del Cancro si apre con la “Prima moltiplicazione dei pani” (Marco 6:30-44), il più grande gesto di nutrimento dell’intero Nuovo Testamento, seguito da un miracolo simile di moltiplicazione di pane e pesci nella “Seconda moltiplicazione dei pani” (Marco 8:1-13).

Un’ulteriore enfasi sul cibo viene data in “I farisei e la tradizione” quando Gesù spiega che “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Marco 7:15), e il passaggio de “Il lievito dei farisei e di Erode” con riferimenti esoterici ai numeri sette e dodici (Marco 8), che ricorrono anche nelle storie precedenti.

La sezione del Cancro è preceduta dall’episodio della decapitazione di Giovanni Battista, l’accesso al Solstizio d’Estate. Sin dai tempi antichi il punto opposto, il Solstizio d’Inverno e l’ingresso del Sole in Capricorno, si riferisce al Portale degli Dei, il portale dell’ascensione al nostro vero Sé e la rinascita della nostra identità multidimensionale originale, esemplificata dalla Natività di Gesù.

John the BaptistL’ingresso del Sole in Cancro e il Solstizio d’Estate rappresenta invece il Portale degli Uomini, ossia il portale attraverso cui l’anima lascia la fonte e discende, assumendo un sé separato e lasciando andare la sua natura multidimensionale, esemplificata dalla Natività di Giovanni Battista (24 giugno).

Il Solstizio d’Inverno rappresenta il nutrimento spirituale, mentre il Solstizio d’Estate incarna il nutrimento fisico. I due solstizi formano un’asse verticale, e il loro scopo è unirsi e integrarsi piuttosto che escludersi a vicenda.

Similmente al Carro (vedi l’articolo “Il Carro – Cancro – Viaggio Astrosciamanico nei Tarocchi”), il Solstizio d’Estate, il Cancro e Giovanni Battista rappresentano il mistero esteriore, il Dio dell’Antico Testamento e la sua vecchia alleanza e tutto ciò che è visibile alla nostra percezione fisica, come corpi, cibo, ecc. Questo include anche tutte le dottrine istituite sulla terra, il cui scopo, conscio o inconscio, è guidare l’iniziato fino alla soglia del mistero interiore.

Il mistero esteriore è basato sulla legge e sull’esperienza dei nostri antenati, che deve essere onorata, senza tuttavia pregiudicare la nostra diretta esperienza e connessione con Dio, che è il mistero interiore, ciò che dimora oltre la soglia.

Il Cristo personifica il mistero interiore, la nuova alleanza basata sull’Amore, la via del Perdono che conduce al Regno di Dio o Regno dell’Unità. Giovanni Battista, come mistero esteriore, ha lo scopo di spianare la strada all’emergere del mistero interiore, per condurci sulla soglia, ma non per portarci oltre.

“Io vi battezzo con acqua per la conversione” dice il Battista, “ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile” (Matteo 3:11-12)

Quando il mistero esteriore non riesce a cedere il posto al mistero interiore, diventa il principale ostacolo al piano di Salvezza. E tuttavia qui risiede il mistero e il paradosso della soglia, poiché in tale stadio iniziale c’è un inevitabile ostacolo, una sconcertante sfida con la quale siamo destinati a confrontarci.

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Virgo Mater Adoratrix

L’accesso al mistero interiore è praticabile solo se ho pienamente imparato come nutrirmi spiritualmente. Questo implica essere in grado di fare affidamento sulla mia diretta connessione con Dio, la mia capacità di ricevere nutrimento spirituale dalla fonte originale e di lasciar andare la mia dipendenza da altre forme di nutrimento. In questa fase cruciale non riceverò il supporto d’alcuna dottrina o tradizione esterna. Non ci sarà nessuno a nutrirmi dal mondo esterno, né maestri spirituali, preti, chiese, cerchi o comunità. Sarò solo, incontrerò perfino opposizione e sarò perseguitato da coloro che camminano al mio fianco.

Il medesimo cibo che era stato usato prima per nutrirmi, ora può essere impiegato per lapidarmi. Potrei anche essere scomunicato, che letteralmente significa essere escluso dalla comunità e dal ricevere l’Eucaristia. Tuttavia in questo stadio cruciale ciò che conta è il mio profondo desiderio di ricevere il vero nutrimento e scoprire la verità che giace oltre le illusioni e le paure, non importa se sono privato di tutti i falsi nutrimenti di questo mondo separato.

“Potrebbe forse Dio permettere che Suo Figlio rimanga per sempre a soffrire la fame perché rifiuta il nutrimento di cui ha bisogno per vivere? L’abbondanza si trova in lui e la privazione non può tagliarlo fuori dall’Amore sostenitore di Dio e della sua dimora” (UCIM L165 5-6).

Quando il ricercatore è determinato a ricevere il vero nutrimento, lo riceverà. Lascerà andare tutti gli attaccamenti falsi e provvisori, vedendoli come vane difese contro Dio.

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Cappella greca, catacombe romane, Eucarestia con donne

Potrei non essere in un luminoso tempio, circondato da persone amorevoli e solidali, con confortanti inni o tamburi magnetici, e forse nemmeno in un ambiente naturale e sereno, o qualunque altro posto dove il nutrimento spirituale può facilmente essere ricevuto, ma tuttavia Dio è qui. Dio è presente indipendentemente da quello che accade intorno a me. Dio è presente in me.

“Tu, Signore, sei in questo luogo, la Tua presenza lo riempie, la Tua presenza è pace. Tu Signore sei nel mio cuore, la Tua presenza lo riempie, la Tua presenza è pace. Tu, Signore, sei nella mia mente, la Tua presenza la riempie, la Tua presenza è pace” (“You, Lord, are in this place”, Ray Simpson, Celtic Hymn Book).

L’apparente rigidità e intolleranza di alcune dottrine religiose non è necessariamente un segno del loro fallimento di svelare l’accesso al mistero interiore. Il mistero esteriore è il guardiano della soglia del mistero interiore. E posso passare attraverso la porta soltanto se non dipendo dal nutrimento del mistero esteriore e sono in grado di trovare la mia strada verso una forma più profonda di nutrimento, che si trova all’interno.

Questo non significa che il mistero esteriore è negativo, e lasciarlo andare non implica antagonismo o risentimento. È come cessare di essere nutriti dal seno della propria madre, o lasciare la casa dei genitori, e imparare a procurarsi il cibo e cucinarlo da soli. E non è un processo lineare, il che significa che di tanto in tanto potrei aver bisogno di ritornare alle mie tradizioni originali e al nutrimento precedente.

Tuttavia è probabile che la transizione dall’esterno all’interno comporti notevoli sfide. Qui l’antagonismo tra mistero esteriore ed interiore funziona come un test strategico sulla via dell’iniziazione, che è un sentiero pieno di paradossi. Ed è ancora parte del mistero.

“In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Matteo 11:11)

Ogni volta che sento parlare di Giovanni Battista non posso fare a meno di ricordare un episodio accadutomi nel 1976. Per due anni ho fatto parte di un gruppo missionario che raccoglieva fondi e predicava in tutta Italia, viaggiando su un vecchio furgone Volkswagen Tipo 2. In piena notte arrivavamo in una città, piantavamo una tenda, pregavamo, e dopo aver dormito alcune ore iniziavamo la nostra opera missionaria dalla mattina presto fino a sera tarda.

Spesso mangiavo solo quello che ricevevo dalle persone che incontravo. Questo mi piaceva molto perché era come essere nutriti da Dio secondo la sua volontà. Le persone quasi sempre donavano cibo, il che mi faceva sentire molto accudito. Solo in un’occasione l’offerta di cibo fu di natura diversa, e la associo a Giovanni Battista, che dopotutto non pareva essere troppo interessato alle specialità gastronomiche.

In qualche occasione organizzavamo anche dei raduni. Ci sistemavamo nella piazza principale e iniziavamo prima con qualche canto, poi, quando avevamo attirato l’attenzione e le persone si erano radunate, uno di noi teneva un sermone. Questo è quello che abbiamo fatto una sera a Ragusa dove il fratello più veemente del gruppo decise di predicare sulla controversa questione di Giovanni Battista. Contrariamente alla cristianità tradizionale, secondo il nostro gruppo di cristiani itineranti, il Battista non riconobbe e supportò nel Gesù . Il nostro predicatore elencò molte prove bibliche per supportare questa tesi, e biasimò ripetutamente Giovanni Battista.

Era una calda sera d’estate e la piazza pullulava di persone. All’inizio sembravano tutti abbastanza amichevoli. Quando cantavamo, intendo dire… Ma, man mano che la nostra versione della storia del Battista cominciò a palesarsi, il loro atteggiamento cambiò drammaticamente. All’inizio ci fu soltanto un silenzio glaciale, con molte persone che ci fissavano sbalordite con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Fu come se il sermone avesse un effetto profondo su di loro, e questo mi colpì profondamente. Poi alcune persone cominciarono a gridare in dialetto locale, che noi ardimmo interpretare come segno d’acclamazione, finché non ci colpì il primo vegetale…

Dopo pochi secondi diventammo il bersaglio del lancio di pomodori, uova e altri generi alimentari che schizzavano da ogni parte. Invece di correre via restammo nella piazza pregando mentre il nostro oratore continuava a parlare con rinnovato fervore. Ci fu un crescendo nel lancio, con persone che tiravano perfino cocomeri, cassate siciliane e arancini! Poi cominciarono ad arrivare oggetti più duri, e fummo gradualmente introdotti ad una versione più soft della pratica biblica della lapidazione. La situazione divenne piuttosto violenta, finché arrivò la polizia e ci portò via.

Fummo formalmente espulsi con foglio di via dalla città, il cui Santo Patrono e principale fonte di devozione spirituale, scoprimmo, ahimè, in seguito, era proprio San Giovanni Battista!

Le mie sentite scuse alla città di Ragusa.

© Franco Santoro

Non preoccuparti, fatti un sonnellino: viaggio astroevangelico

Marzo 6, 2015 by admin Lascia un commento

indexNell’articolo intitolato “Gospel in the Stars” (Il Vangelo nelle Stelle) ho fatto riferimento all’intima associazione tra la Bibbia e l’astrologia. Ho menzionato il Vangelo di Marco e la sua divisione in 12 sezioni, ognuna corrispondente ad un segno dello zodiaco, disposti nel loro ordine naturale dall’Ariete ai Pesci.

Secondo questa struttura, descritta nei dettagli da Bill Darlison in The Gospel and the Zodiac, la parte associata al segno dei Gemelli va da Marco 4:35 a 6:29.

Questa porzione del Vangelo di Marco corrispondente ai Gemelli comincia con Gesù che dice ai discepoli:

“Passiamo all’altra riva”, riconoscendo sin dall’inizio la natura dualistica dei Gemelli. Poi l’intero gruppo sale in una barca e comincia un breve viaggio in mare. Castore e Polluce, i Gemelli dell’omonima costellazione, come fa notare Darlison, sono i patroni dei naviganti e delle navi, come ad esempio quella usata da San Paolo, ed erano spesso invocati dai marinai.

Quando Gesù, dopo aver predicato un giorno intero tra la folla, disse ai suoi discepoli di andare sull’altra riva del Mare di Galilea, probabilmente erano felici perché potevano finalmente rilassarsi e avere Gesù tutto per loro. Ma, improvvisamente, sopraggiunse un furioso temporale, che i discepoli cercarono di combattere con tutta la loro abilità d’uomini di mare. Tuttavia non si erano mai imbattuti in una tale bufera, e quando la barca iniziò ad affondare, cominciarono a gridare e ad agitarsi in preda al panico.

Era una scena di totale confusione e scompiglio. E cosa faceva Gesù in mezzo a questo trambusto? Tranquillo, dormiva bonariamente su un cuscino. Spaventati i discepoli decisero di svegliarlo, gridando: “Maestro, non t’importa che moriamo?”

Gesù tranquillamente si alzò, sgridò il vento e disse alle onde di tacere. All’improvviso tutto si calmò. Poi Gesù chiese ai discepoli, rimasti a bocca aperta, perché stavano facendo tutto quel baccano per il temporale.

Quando ho letto questa storia per la prima volta, sono rimasto colpito dalla tragicomica scena di Gesù che si fa un sonnellino nel bel mezzo di una fragorosa tempesta, mentre tutti intorno a lui urlano e imprecano.

Com’è possibile dormire in mezzo ad una tale baraonda? E perché Gesù stava dormendo? Questo mi ha incuriosito molto. In seguito, ho percepito il suo atteggiamento come una perfetta raffigurazione della nostra identità umana e la sua separazione da Dio [i] e dal nostro vero Sé.

Image29Nella vita, siamo regolarmente sconvolti da turbini di paure, preoccupazioni e sofferenze. Spesso urliamo e imprechiamo, apertamente o intimamente. Quando questo accade il nostro vero Sé giace profondamente addormentato. Tuttavia se finalmente decidiamo di svegliarlo, questo Sé comanda semplicemente al caos di “calmarsi” e subito la pazzia svanisce come un brutto sogno. Allora ci rendiamo conto che eravamo noi quelli che dormivano sulla barca, e non Gesù. E Gesù continua a viaggiare con me, non importa se sono sveglio o in sogno o, come dice Un Corso in Miracoli, “Dio viene con me ovunque io vada.” (UCIM, L41)

Paura, ansia, preoccupazione e ogni tipo di sofferenza sono sempre le inevitabili conseguenze della separazione. Escogitiamo e impieghiamo molti strumenti per affrontare i nostri problemi, tuttavia quello che facciamo raramente è mettere in discussione la realtà dei problemi stessi, perdendo l’opportunità di scoprire cosa sta veramente accadendo mentre siamo assorbiti dai nostri incubi. Non dobbiamo avere paura del furioso temporale, perché Dio è con noi in ogni circostanza.

“Nel profondo di te stesso, c’è tutto ciò che è perfetto, pronto ad irradiarsi tramite te nel mondo. Curerà tutta la tristezza e il dolore, la paura e il senso di perdita perché guarirà la mente che pensava che tutte queste cose fossero vere, e che soffriva per la sua fedeltà ad esse.” (UCIM, L41:3)

Naturalmente, la maggior parte di noi, non lo crede. Come possiamo, quando il nostro vero Sé è oscurato da spessi strati di follia e isolamento? Forse il primo passo per accedere al nostro Sé interiore è attirare la sua attenzione, per stabilire una comunicazione diretta e “svegliarlo”. Se il sogno è il problema, non c’è modo di trovare una cura salvo che non decido di fare appello a ciò che non si trova nel sogno. Invece di gridare e imprecare ai personaggi e agli scenari del mio sogno, posso rivolgermi a chi non appartiene al sogno. Come esseri umani siamo tutti nella stessa barca, e in questa barca possiamo connetterci con Colui che, in pace, riposa nella barca.

La domanda è “Dove riposa Gesù nella mia barca?”. Non importa se lo sveglio con un tenero sussurro o urlando a pieni polmoni. Quello che conta alla fine è scegliere di comunicare con Lui e poi svegliarlo. Una volta divenuto consapevole della Sua presenza, la seconda fase è lasciar andare i miei sogni terrificanti, che conduce alla terza fase, quella del risveglio e del riposo in Dio. “mi rifugio all’ombra delle tue ali finché sia passato il pericolo.” (Salmo 57:1)

Vorrei riferire adesso una serie di sincronicità, che sono un aspetto tipico dei Gemelli. Le sincronicità sono riconoscimenti di relazioni concettuali tra due o più esperienze non connesse causalmente. Questo, a mio avviso, è uno dei modi preferiti usati dallo Spirito Santo per comunicare e insegnarci le sue lezioni.

Spesso sono testimone di sincronicità durante seminari astrosciamanici, sessioni e nella mia vita di tutti i giorni. Sono potenti strumenti di guarigione perché promuovono la riconciliazione delle polarità, la creazione di collegamenti e l’espansione delle nostre facoltà mentali, che sono anche le caratteristiche principali dei Gemelli.

Dopo aver scritto il pezzo su Gesù che calmava la tempesta, ho ponderato un momento la piacevole sensazione di unirmi a Gesù nel suo sonno e riposare in lui. Poi ho preso Un Corso in Miracoli e ho letto la lezione del giorno, che era sorprendentemente:

“Io riposo in Dio. Questo pensiero ti porterà riposo e quiete, pace e tranquillità, la sicurezza e la felicità che cerchi. Io riposo in Dio. Questo pensiero ha il potere di risvegliare la verità che dorme in te, la cui visione vede, al di là delle apparenze, la stessa verità in ognuno e in ogni cosa che esiste.” (UCIM L109:2)

Più tardi, nel pomeriggio, ho letto un racconto sulla traversata dell’Atlantico di John Wesley, durante la quale egli si era trovato in mezzo a una violenta bufera. Tutti erano in preda al panico, incluso Wesley stesso. L’unica eccezione era un gruppo di membri della Chiesa Moraviana, che continuavano a cantare tranquillamente i loro inni come se niente stesse accadendo. Wesley che divenne più tardi leader del Movimento Metodista, fu profondamente impressionato dalla loro calma e si rese conto che quel gruppo aveva una fiducia interiore che ancora mancava nella sua vita.

La sera ho visto Marcelino pan y vino (Marcellino pane e vino), un tenero e luminoso film spagnolo, in cui la scena finale fornisce un’altra sublime rappresentazione di “riposare in Dio” (cliccando qui puoi vedere la prima parte del film).

In poche ore ho ricevuto lo stesso messaggio da fonti non collegate fra loro e in forme differenti. Poi, alla fine del giorno, durante le mie preghiere notturne, dopo aver detto le parole finali “Il Signore ci conceda una notte tranquilla e una perfetta fine. Amen” mi sono abbandonato nelle mani di Dio, godendomi un sonno pacifico e guaritore, che è stata l’esperienza culminante delle lezioni che avevo ricevuto durante il giorno.

Mentre scrivo mi rendo conto che forse tutto questo non appare molto eclatante. Dopo tutto, quel giorno sono stato fondamentalmente da solo, interagendo soltanto con libri e film. Ci sono certamente sincronicità più spettacolari che io, come molti di voi, ho sperimentato nella vita. Niente d’avvincente o sensazionale è accaduto in quell’occasione.

Sono stato da solo, impegnato semplicemente con i miei pensieri. E tuttavia, riconosco che qualcosa di potente è accaduto quel giorno, che scaturisce dalla consapevolezza che è anche ciò che continua ad accadere ogni giorno, se solo sono disponibile ad accettarlo. E quello che intendo accettare è la costante consapevolezza della presenza di Dio.

La sezione dei Gemelli nel Vangelo di Marco contiene anche la decapitazione di Giovanni Battista, la spedizione dei Dodici, a due a due, con l’autorità di scacciare i demoni dalle persone ammalate, e diversi eventi di guarigione tutti strettamente legati al sentiero d’iniziazione dei Gemelli. Sebbene questa porzione del Vangelo sia molto corta e veloce da leggere, contiene numerosi messaggi, che potrebbero richiedere diversi volumi se l’analitico spirito di Mercurio prendesse il sopravvento. Tuttavia stiamo trattando con i Gemelli e non con la Vergine, e non entrerò dunque in altri argomenti.

Paolo-Veronese-Christ-and-the-Woman-with-the-Issue-of-Blood-

di Paolo Veronese

Tra le storie di questa sezione del Vangelo, desidero menzionare quella della donna affetta da emorragia, in Marco 5:21-32. Mentre Gesù, seguito da una gran folla, si recava a curare una bambina di dodici anni, una donna affetta da emorragia vaginale da dodici anni cerca disperatamente di avvicinarlo. Ha provato ogni sorta di cura senza nessun risultato. Oltre a dover fare i conti con la sua malattia, è condannata e ostracizzata dalle leggi religiose di quei tempi che consideravano il suo flusso impuro. Tuttavia la donna non si arrende, e quando sente parlare di Gesù, inesorabilmente striscia tra la folla finché riesce a toccargli il mantello, e come risultato è guarita.

Ciò che appare piuttosto peculiare qui è il modo in cui Gesù risponde quando la donna lo tocca. “Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo ‘Chi mi ha toccato il mantello?’” Poiché c’è un’intera folla che tocca e stringe Gesù, i discepoli non riescono a capire il senso della domanda. “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici ‘Chi mi ha toccato?’”. Ma Gesù continuava a guardare intorno per vedere chi lo aveva fatto. Allora la donna, sapendo ciò che le era accaduto, venne e cadde ai suoi piedi e, tremando di paura, gli disse tutta la verità. Ed Egli le disse, “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”.

Tutti toccano Gesù, tuttavia solo quella donna lo tocca in un modo speciale. Usa il suo potere per attingere a quello di Gesù, il quale percepisce il potere uscire da lui. Gesù è colto di sorpresa e non vede neanche la donna. Lei prende l’iniziativa, ed è il suo coraggio e la sua fede che effettivamente la salvano.

Poco dopo aver letto questa storia, ho trovato un riferimento inaspettato in un recital di Roberto Benigni sull’Inferno di Dante (Canto III) trasmesso dalla televisione italiana. Benigni menziona la donna con l’emorragia mentre parla di passione e amore in connessione con la storia di Paolo e Francesca.

Ora concludo con il celebre passo della Divina Commedia relativo a Paola e Francesca (Inferno, canto V), che puoi vedere recitato da Benigni nel video a seguire:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Bene, per ora è tutto. Smetti di preoccuparti e fatti un sonnellino.

© Franco Santoro

[i] Dio è qui inteso come Dio Unico, Amore Incondizionato, e non denota identificazione con uno specifico credo o genere. Ciò che conta è l’esperienza di Dio, non il termine che usiamo. Se il termine Dio causa rancori, sentiti libero di sostituirlo con un’altra parola. Tuttavia sottolineo che qualunque lavoro spirituale profondo ci metterà sempre comunque di fronte a tutti i rancori che abbiamo verso il termine Dio allo scopo di guarirli.

Immagine di apertura: da http://www.soulshepherding.org/2012/03/peace-be-still/

 

Il Figliol Prodigo Rivisitato: Benedizione e Perdono

Marzo 6, 2015 by admin Lascia un commento

the-prodigal-sonIl cristianesimo fornisce numerosi riferimenti per quanto riguarda il perdono. Uno dei più notevoli e conosciuti appare nel Nuovo Testamento ed è la trilogia della Parabola della Pecorella Smarrita (Luca 15: 4-7) la Parabola della Moneta Perduta (Luca 15: 8-10) e la Parabola del Figliol Prodigo.

Quest’ultima parabola appare in Luca 15:11-32 e racconta la storia di un uomo con due figli. Il più giovane chiede e ottiene la sua parte d’eredità mentre il padre è ancora vivo, e se ne va in un paese lontano, dove sperpera tutte le sue risorse. Soffre poi la miseria e la fame, finché rientra in sé e decide di tornare a casa.

“Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi garzoni.” Così torna a casa da suo padre e “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” Il figlio dice: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.”

Ma il padre non presta alcuna attenzione alle sue parole e tutto eccitato chiama i servi e dice:

“Presto! Portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato.” E cominciarono a far festa. Il fratello maggiore geloso del comportamento del padre verso il fratello indegno, si lamenta: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito a un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso!” Gli risponde il padre: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.”

Questa storia è molto toccante perché molti di noi possono identificarsi col Figliol Prodigo, e sentire Dio come un padre che ama incondizionatamente. Qui il perdono arriva istantaneamente. Il padre non è interessato ad ascoltare la confessione e il pentimento del figlio. Tutto ciò che desidera è festeggiare.

Un’idea convenzionale sul perdono è che può arrivare soltanto dopo la piena confessione di tutti i peccati, il pagamento di un’indennità attraverso la sofferenza o altre compensazioni, la garanzia che il peccato non sarà commesso di nuovo e un periodo di verifica per mettere alla prova il penitente. Questa è l’idea del perdono che spesso molti proiettano sulla Chiesa Cattolica o altre denominazioni tradizionali. Tuttavia è un concetto molto antiquato, che è stato definitivamente abbandonato sin dal Concilio Vaticano II e non si applica più alla Chiesa corrente.

La cosa più straordinaria nella parabola è che quando il padre vede il figlio arrivare da lontano, gli corre incontro con abbracci e baci. Non è interessato ad ascoltare alcuna confessione o parola di pentimento. Ciò che conta è che il figlio è tornato. Egli non ha bisogno di implorare alcun perdono poiché è già stato perdonato. Ciò che si rivela qui è il Dio amorevole che ci vede senza peccato. Per quanto gli riguarda non c’è nulla da perdonare. Il perdono dipende solo dalla nostra iniziativa di ritornare a Dio, e non dalla misericordia di Dio.

In un’omelia di un vescovo trasmessa da una radio cattolica americana ho ascoltato un giorno un altro importante riferimento al perdono. Sorprendentemente non era tratto dalla Bibbia o da un testo cristiano, ma da Zorba il Greco, il famoso romanzo di Nikos Kazantzakis, dal quale è stato tratto anche il popolare film interpretato da Antony Quinn.

Zorba è un uomo anziano vibrante e genuino che incorpora lo spirito orgiastico di Dioniso, l’archetipo dell’estasi, della sensualità e dell’esuberanza. Quando ero un sannyasin di Osho ho sentito spesso Osho parlare di Zorba come il modello dell’uomo nuovo e la sua spiritualità non ortodossa in contrasto con la religione ordinaria.

Per Osho l’uomo nuovo è Zorba il Buddha, una combinazione tra Zorba il Greco e Gautama il Buddha.

“Egli sarà Cristo ed Epicuro insieme. La religione ha fallito perché si è distaccata troppo dal mondo. Ha trascurato questo mondo. E non si può trascurare questo mondo; trascurare questo mondo significa trascurare le proprie radici.” (Osho, The Times of India, 8 giugno 2004).

Per questo sono rimasto stupito nel sentir parlare di Zorba in un’omelia di un vescovo cattolico. Il vescovo citava il brano che segue nel quale Zorba descrive la sua idea di Dio:

“Penso che Dio sia esattamente come me. Solo più grande, più forte, più pazzo. E immortale per giunta. Sta seduto su una pila di soffici pelli di pecora, e la sua capanna è il cielo. […] Nella mano destra non tiene un coltello o una bilancia – quei dannati strumenti sono destinati ai macellai e ai droghieri – no, tiene una grande spugna piena d’acqua, come una nube densa di pioggia. […] Ed ecco che arriva un’anima; la povera creatura è completamente nuda perché ha perso il suo mantello – il suo corpo intendo – ed è tutta tremante. […] L’anima nuda si getta ai piedi di Dio. ‘Pietà!’ implora. ‘Ho peccato.’ E comincia a recitare i suoi peccati. Recita una lunga tiritera che non finisce più. Dio pensa che è troppo per essere vero. Sbadiglia ‘Per amor del Cielo, basta!’ grida. Ho sentito abbastanza!’ Flap! Slap! Un colpo di spugna e lava via tutti i peccati. ‘Vai via, vattene, corri in Paradiso!’ dice all’anima. […] Perché Dio, sai, è un gran signore, e questo è ciò che significa essere un signore: perdonare!”

Quello che il Figliol Prodigo e Zorba hanno in comune è l’accento sull’amore incondizionato e il disinteresse per la penitenza. Questo può causare rancori e disagio a coloro che vedono il perdono in relazione al dolore e al sacrificio. Ciò che può essere difficile da accettare è l’idea di un Dio che ama incondizionatamente, senza aspettarsi nulla in cambio.

Questo provoca il contrasto con l’amore che arriva soltanto come risultato di aver fatto qualcosa per meritarlo, un amore che dipende dalla quantità di peccati e buone azioni. Ma l’amore di Dio non è calcolatore, non tiene un coltello o una bilancia come un macellaio o un droghiere, come dice Zorba. Il suo amore è gratuito, non importa se crediamo di esserne degni o meno. E perfino se rifiutiamo di riceverlo quest’amore continua ad essere disponibile per noi finché sceglieremo di accettarlo.

“Dio non perdona perché non ha mai condannato. Colui che non ha nulla per cui essere incolpato non può incolpare, e coloro che hanno accettato la loro innocenza non vedono nulla da perdonare. Tuttavia il perdono è il mezzo attraverso il quale riconoscerò la mia innocenza. È il riflesso dell’Amore di Dio sulla terra. Mi porterà così vicino al cielo che l’Amore di Dio potrà scendere su di me ed elevarmi a Lui.” (UCIM, L, L60, 1)

Il perdono, inclusa la tradizionale Assoluzione dei peccati (com’è concepita dalla Chiesa Cattolica con il nuovo Rito di Riconciliazione approvato nel 1973) non genera qualcosa che prima era assente. Al contrario è il riconoscimento e l’accettazione dell’amore di Dio come già ed eternamente presente. Non è l’elargizione di un’autorità in seguito alla contrizione o all’ammissione dei peccati. È la rivelazione di un Amore che “era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli.”

Ciò che fa scattare la consapevolezza di tale Amore è il semplice atto di stare di fronte a Dio, e scegliere di non nascondersi più all’Amore. L’ingresso è gratuito, ma per entrare occorre il mio consenso. È la decisione del Figliol Prodigo di tornare a casa, e non le sue parole di pentimento o eventuali compensazioni, che attivano quell’Amore. Il figlio non ha bisogno di spiegare o provare niente al padre per ricevere il suo amore, ma se continua a nascondersi da suo padre non lo riceverà mai. E non appena il figlio decide di tornare, anche se è ancora lontano, il padre lo vede e gli corre incontro, abbracciandolo e baciandolo, e attivando i festeggiamenti.

Il perdono è un atto celebrativo, una festa gioiosa che coinvolge tutti quelli che hanno fatto lo stesso viaggio del Figliol Prodigo. Esso comprende sia l’asse verticale invisibile sia il livello orizzontale della nostra realtà umana. Avendo sperimentato l’amore incondizionato attraverso la connessione verticale con Dio, abbiamo il potere di espanderlo orizzontalmente, perdonando noi stessi, e tutti i nostri fratelli e sorelle, tutti e tutto, come parte di questa comune rete della vita. Questo è il sublime banchetto del perdono al quale tutti sono invitati.

Ora vorrei riferire un’altra storia sul perdono, estratta da una vicenda personale.

Stavo navigando su internet in cerca di un canto da usare durante il seminario. Volevo qualcosa con il tema del Benedictus (il cantico di Zaccaria usato quotidianamente nella Liturgia delle Ore del mattino). Ho digitato “Benedictus” su iTunes e ho trovato diversi canti. Erano tutti inni religiosi classici, tranne uno classificato come “rock”, ossia Benedictus degli Strawbs, un gruppo rock inglese della fine degli anni ’60-inizio ’70. Ho scaricato subito un brano. Fin dalle prime note mi è sembrato molto familiare. Ho controllato le informazioni più dettagliatamente e quando ho visto l’immagine sulla copertina dell’album ho rievocato un episodio passato della mia vita.

Accadde nell’autunno del 1971, all’età di 14 anni, quando stavo iniziando la scuola superiore. A quei tempi ero affascinato dalla musica pop britannica. A dire il vero, piuttosto che dalla musica in sé, che difficilmente avevo l’opportunità di ascoltare, quello che mi attraeva era il mistero evocato dalle immagini sulle copertine degli album e dai titoli delle canzoni. Poiché il mio inglese era molto povero, non sapevo cosa significassero, e questo contribuiva ad aumentare il mistero.

Visitavo regolarmente i reparti discografici dei supermercati e passavo molto tempo curiosando tra i dischi. Un giorno rimasi incantato dalla copertina di un singolo. Il suo accattivante richiamo fu tale che non potevo farne a meno. Mi resi conto che avevo lasciato il portamonete a casa e non avevo soldi con me. Tuttavia l’esca mi aveva totalmente intrappolato e tutto quello che riuscivo ansiosamente a pensare era come fare per rubare il disco. Quando la tensione raggiunse il culmine, misi rapidamente il disco sotto il maglione e mi avviai all’uscita. Corsi per un po’ e poi mi fermai sicuro che nessuno mi stava inseguendo. Ma due robuste guardie emersero gridando contro di me. Era troppo tardi ormai per scappare. Mi afferrarono e mi portarono nell’ufficio del supermercato. Fui minacciato, intimidito e costretto a confessare se avevo rubato altri articoli prima. Poi mi dissero che prima avrebbero chiamato i miei genitori e poi la polizia. Li implorai di non chiamare i miei genitori, ma non ci fu modo di convincerli.

Fu come una crocifissione, con la differenza che invece di essere Gesù ero uno dei ladroni, e per di più Gesù non era nemmeno lì, il che significava che non c’era nessuna speranza di essere salvato. La scena del funzionario che chiamava mio padre fu la più scioccante che ho mai sperimentato. Mentre il funzionario spiegava quello che era accaduto sentivo il gelo scorrere nelle mie vene. Non c’era modo in cui potevo cercare di giustificarmi o dare un senso al mio misfatto. Che vergogna per la mia famiglia! Per di più non eravamo per niente poveri, e avevo soldi per comprare tutti i dischi che volevo.

Alla fine arrivò mio padre. La sua faccia era bianca come un lenzuolo nuziale, beh…intendo un lenzuolo nuziale prima dell’arrivo dei novelli sposi. Dopo una lunga serie di mortificanti osservazioni che mio padre dovette sopportare, il funzionario decise di non chiamare la polizia e, dietro il pagamento di una multa, ci lasciò andare.

La mia vergogna era paralizzante. Non ricordo se balbettai qualche parola o meno. Quello che ricordo era il silenzio di mio padre, che rendeva la situazione ancora più drammatica. Prevedevo le più severe punizioni e ammonizioni, mentre mi arrendevo al mio destino, pronto a sottomettermi a qualunque verdetto. Poi, inaspettatamente, mio padre mi prese la mano e, dopo un breve silenzio, disse: “Non dire niente a tua madre”.

Non aggiunse nient’altro, né chiese alcuna spiegazione. Non espresse alcun rimprovero verbale o non verbale. Continuò semplicemente a stare in silenzio finché arrivammo a casa. Nel suo silenzio potevo percepire la poesia più amorevole, che benediceva il mio cuore come un dono del Cielo e della Terra. Quando finalmente arrivammo a casa e incontrammo mia madre, egli si comportò normalmente come se nulla fosse accaduto. Non fece mai più riferimento a quell’episodio.

Mentre scrivo tutto questo mi rendo conto che sto rivelando un segreto, che credo sia un atto legittimo dal momento che entrambi i miei cari genitori non sono più in questo mondo. Dopo avermi benedetto con la Loro presenza fisica e insegnato come vedere il Loro Volto, mi hanno affidato alle cure dei miei Padre e Madre divini, che mi supportano, mi proteggono e mi guidano in ogni cosa, o per lo meno questo è ciò che sto imparando a riconoscere. La loro sollecitudine per me è infinita e sta con me per sempre. Sono eternamente benedetto come Loro Figlio.

E che ne fu del disco? Poiché il suo solo pensiero era sufficiente a farmi rabbrividire, lo nascosi in un cassetto finché, dopo diversi mesi, lo ritrovai per caso. Lo suonai allora e mi piacque molto la musica e la voce, ma non capivo nulla delle parole, né avevo idea circa l’argomento della canzone. Credo che il disco si sia perso perché non l’ho più visto in giro negli ultimi 30 anni. Quando sabato scorso ho ascoltato quella canzone, ho potuto finalmente capire le parole. Eccole tradotte in fondo, dopo il video musicale con la canzone, come conclusione di questa trilogia benedetta sul perdono

© Franco Santoro

strawbsBenedictus degli Strawbs

The wanderer has far to go Humble must he constant be Where the paths of wisdom Distant is the shadow of the setting sun. Bless the daytime Bless the night Bless the sun which gives us light Bless the thunder Bless the rain Bless all those who cause us pain. Yellow stars may lead the way All diversions lead astray While his resolution holds Fortune and good will will surely follow him. Bless the free man Bless the slave Bless the hero in his grave Bless the soldier Bless the saint Bless all those whose hearts grow faint.

(Il vagabondo deve andare lontano, umile e con costanza, lungo i sentieri di saggezza. Distante è l’ombra del tramonto. Benedici il giorno. Benedici la notte. Benedici il sole che ci dà luce. Benedici il tuono. Benedici la pioggia. Benedici tutti coloro che ci causano dolore. Le stelle dorate ci mostrano la via. Tutte le deviazioni portano fuori strada. Finché mantiene la sua fermezza, fortuna e benevolenza certamente lo seguiranno. Benedici l’uomo libero. Benedici lo schiavo. Benedici l’eroe nella sua tomba. Benedici il soldato. Benedici il santo. Benedici tutti quelli i cui cuori diventano deboli.)

 

Religioni tradizionali

Marzo 6, 2015 by admin

index1Negli ambienti delle spiritualità alternative vi sono spesso opinioni molto pregiudiziali sul cristianesimo, sul cattolicesimo, sull’islamismo e altre religioni tradizionali (al di fuori del buddismo). Quest’attitudine è sovente comune tra molti amici che incontro sul sentiero. Alcuni di loro, sebbene nati in paesi cristiani, a malapena posseggono nozioni sul cristianesimo a parte quello che hanno sentito o letto in ambienti spirituali alternativi e qualche pallida memoria dell’infanzia. Per non parlare poi dell’islamismo di cui la maggioranza delle persone in occidente ha una visione radicalmente distorta, intrisa di pregiudizi e falsità senza pari.

Sebbene non sia in sintonia con il fondamentalismo religioso o l’arida teologia che percepisco in certi aspetti delle religioni tradizionali, ciò non significa che il bambino va gettato via insieme all’acqua sporca. In effetti, imparare a discriminare tra il bambino e l’acqua sporca è la lezione fondamentale del perdono. E qui diventare fondamentalista nei confronti di ciò che percepisco come fondamentalismo, certamente non aiuta.

Possiamo percorrere il sentiero della guarigione solo se cessiamo di condannarci reciprocamente, solo se smettiamo di focalizzarci su quello che percepiamo sbagliato negli altri. I sentieri delle spiritualità alternative sviluppatesi negli ultimi decenni sono spesso solo un rifacimento, talvolta trito e commerciale, di percorsi sviluppati sin dai tempi più antichi.

Quando ci confrontiamo con forti rancori verso una tradizione, è forte la tentazione di criticare o abbandonare quella tradizione e percorrere un’altra via. Su un sentiero spirituale i rancori fanno parte della confezione ed è inevitabile incontrarli indipendentemente da dove siamo o andiamo. Allo stesso tempo Dio cammina con noi ovunque andiamo, il che significa che i rancori irrisolti continuano a seguirci finché non sono curati con l’aiuto di Dio.

Per molte persone il termine Dio ha perso interesse e in certi casi produce pure forti resistenze. Talvolta appare imbarazzante usare questa parola, perché facilmente scatena pregiudizi e disagi. Questo forse perché alcuni concetti di Dio provocano paura, colpa e giudizio. Dio è solo un termine, che può anche essere sostituito da altri termini o non avere alcun termine. Quel che conta qui è avere un’esperienza diretta di Dio, piuttosto che una comprensione intellettuale.

Ciò che molte persone lungo il sentiero spirituale cercano in questa epoca non sono formalità, dottrine o idee fisse, ma un’esperienza diretta di Dio, che è in vero l’essenza su cui si fonda ogni tradizione spirituale.

Per scopi didattici può essere utile talvolta lasciare la propria tradizione al fine di esplorare percorsi e rancori alternativi. E forse l’insegnamento più importante a questo riguardo è rendersi conto che alla fine c’è un solo sentiero, un solo rancore e soprattutto un solo Dio.

Il rancore è la separazione, o l’assenza d’Amore, e Dio è l’Unità, o la presenza d’Amore, e lo strumento di guarigione è il perdono, lasciare andare la nostra percezione separata, ossia il ricoscere esperienzialmente che Non c’è altro Dio al di fuori di Dio.

Franco Santoro

 

Sacro Cuore

Marzo 6, 2015 by admin

shgallery-3Nella tradizione cattolica e anglicana la solennità del Sacro Cuore di Gesù si celebra tra il 29 maggio e il 2 luglio.

L’enfasi maggiore nella devozione del Sacro Cuore di Gesù, così come nelle pratiche sciamaniche di purificazione, è verso il Rilascio e il Perdono.

Il Sacro Cuore è rappresentato tradizionalmente da un cuore in fiamme risplendente di luce divina e circondato da una corona di spine e sanguinante. L’illustrazione più tipica mostra Gesù che indica con la mano sinistra il cuore e con la mano destra il cielo e l’atto di benedire. Questa è un’esemplificazione della funzione delle mani nella pratica del tocco astrosciamanico. Con la mano destra stabilisco il contatto con Dio, cui dirigo ciò che traggo dalla mano sinistra, e offro la benedizione. La mano sinistra tocca la ferita sanguinante e pure il Cuore (Cono), il centro nevralgico del perdono.

Il suono “Maranatha”, l’invocazione in lingua aramaica con cui si conclude il Nuovo Testamento, quindi l’ultima parola della Bibbia, è impiegato come preghiera e anche mantra da molti fedeli. Questo suono stimola l’apertura del centro del Cuore, e la promozione della sua Funzione. La vocale “A” è associata con il Cuore ed è qui ripetuta per quattro volte, una per ciascuna direzione o lato del Cuore, insieme a quattro consonanti di forte vibrazione. Come sapete, il termine “Maran” significa “Signore” o “Maestro” in aramaico, mentre “Atha” vuol dire “Vieni” o “E’ giunto”.

800px-Mara_demon_nat_and_BuddhaÈ interessante notare come in sanscrito i due termini messi insieme hanno pure un gran senso, seppure in un senso distinto, che pare confrontare e riconciliare le due polarità. Nell’induismo Mara è la dea della morte, mentre nel buddismo Mara, oltre ad essere associato con la morte, è il nome del demone che tentò il Buddha e pure la fonte di ogni rancore. In sanscrito il termine “Natha” significa “Signore, Protettore, Rifugio”. Nel buddismo, il Dio Natha, che significa letteralmente “senza forma”, è generalmente associato al Maitreya sconosciuto or il Buddha che deve venire.

Il Sacro Cuore di Gesù è associato tradizionalmente con 12 benedizioni, che furono promesse dal Cristo a coloro che praticano la devozione del Sacro Cuore. Per l’elenco delle 12 benedizioni cliccate qui. Ciascuna promessa è connessa con un Settore, di cui esprime il potere della relativa medicina spirituale.

Vi lascio con le parole del canto Ego vos elegi, dalla Liturgia di San Columba, che ho appena udito cantata dai monaci della vicina abbazia di Pluscarden

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. (Giovanni 15:16-17)

Ciò mi ricorda che Dio mi chiama, Dio ci chiama amorevolmente con il nostro nome, non importa quanto indegni o inadatti pensiamo di essere. Dio si rivolge a ciascuno di noi. Dio ti chiama, perché è Colui che ti ha scelto.

© Franco Santoro

PS: In termini astrosciamanici “Sacro Cuore” è sinonimo di “Sacro Cono”. Quindi, il Rituale Base del Sacro Cono, pratica tradizionale astrosciamanica, in veste cristiana si chiama Rituale Base del Sacro Cuore.

Relazioni a due e relazioni multidimensionali

Marzo 6, 2015 by admin

Butterfly WoodUna relazione multidimensionale non è mai un rapporto a due. Quindi, se ti trovi in una relazione che coinvolge solo te e un’altra persona, con tutto il rispetto, una cosa è probabilmente certa, il tuo rapporto è esclusivamente binario e monodimensionale.

Sebbene hai tutto il diritto di credere di aver trovato il compagno cosmico, l’anima gemella, la tua relazione di coppia è verosimilmente una dinamica autistica creata appositamente per escludere ogni possibile alternativa, per trattenere te e ogni altro essere umano intrappolato in una realtà binaria separata.

Certo, se stai bene in quella relazione, quel che conta è la tua esperienza diretta, e non è proprio il caso di farsi dei problemi. Hai tutto il diritto di goderti una relazione binaria! Se tuttavia percepisci che c’è qualcosa che non funziona, ugualmente non farti dei problemi. Hai tutto il diritto di mettere in discussione la tua relazione binaria!

A differenza delle relazioni ordinarie di coppia che coinvolgono solo due polarità, l’elemento che determina la multidimensionalità della relazione è la presenza di altre polarità, a cominciare dalla principale tra esse: la terza polarità.

Possiamo sommariamente definire la terza polarità come lo spazio vuoto o invisibile che esiste tra le altre due polarità. Questo spazio rappresenta l’entità e intelligenza centrale alla base dell’unione delle due polarità, il portale tra la realtà di terza dimensione fondata su rapporti strettamente binari e ogni altra possibile dimensione.

Poiché la consapevolezza umana ordinaria e le relative realtà consensuali sono fondate sulla separazione e negazione di altre dimensioni, la terza polarità seguita a rimanere pressoché inaccessibile. In vero, è proprio l’aspirazione e il desiderio inconscio di accedere alla terza polarità, che crea tutti gli aspetti più luminosi, eccitanti e gradevoli di una relazione di coppia. Tuttavia poiché l’oggetto di questa aspirazione non è consapevole, ne deriva un inevitabile frustrazione che provoca tutti gli aspetti oscuri, dolorosi e spiacevoli di una relazione a due.

La crisi di una relazione a due è un processo inevitabile, perché è appunto inteso a consentire l’accesso alla terza polarità, un evento che provoca un’estasi e gioia potenziale immane per la coppia coinvolta. Ma poiché questa polarità non è riconosciuta, perché incompatibile con la realtà consensuale, ciò che rimane è solo la crisi, il dolore, la frustrazione, insieme a tutte le strategie impiegate per evitare queste emozioni.

Una relazione multidimensionale permane in ogni momento, anche quando il partner non è più presente nella realtà fisica. La relazione continua sempre.

Ricordati di ciò! Quando incontri qualcuno nei tuoi pensieri o nell’immaginazione, si tratta di un incontro reale. Questa è la terza polarità. È un portale di accesso che ti consente di relazionarti con ogni possibile dimensione ed entità. Tuttavia per essere in grado di fare ciò occorre partire dal rapporto con una polarità, per poi consentire a essa di dare spazio alla terza polarità, e così via, finché ti relazioni direttamente e in maniera definitiva con il Tutto.

Mentre ti rapporti, o credi di rapportarti con un’altra persona, esiste un intero universo con cui ti stai relazionando in profonda intimità, pronto a rivelarsi nella sua meraviglia quando sceglierai di aprirti a esso.

Onora la presenza fisica di un partner, ma cessa di attaccarti esclusivamente a essa. Possiede un immane valore nello stadio postembrionale della tua identità multidimensionale. È come la crisalide che permette alla farfalla di crescere e diventare consapevole che può volare. Ma per poter volare occorre lasciare andare la crisalide.

© Franco Santoro

Tutte le informazioni fornite in questo sito hanno una natura strategica e non sono presentate in alcun modo come verità assolute. La loro funzione è di stimolare la consapevolezza del lettore e la sua ricerca ed esperienza diretta. L’autore non appoggia necessariamente alcuna delle idee e delle opinioni espresse in questi scritti, incluse le sue.

 

 

Lo Scorpione e la Via Benedetta del Bardo

Marzo 6, 2015 by admin

indexQuando ci confrontiamo con i nostri peggiori incubi le scelte sono poche: lottare o fuggire. Speriamo di trovare la forza di affrontare le nostre paure, ma talvolta, nostro malgrado, scappiamo. E se il nostro incubo ci darà la caccia? Dove mai ci nasconderemo? (Eroi, Stagione 2, Episodio 5)

Il periodo dello Scorpione è ricco di benedizioni e opportunità per svelare segreti nascosti, specialmente su chi realmente siamo oltre l’identificazione con la nostra vita cosciente.

Lo Scorpione spesso sopraggiunge come un Mietitore Feroce, che spazza via quello che appare, dissolvendo la quieta routine dell’esistenza ordinaria e liberando gli elementi oscuri della vita. Questi elementi tendono a fare luce sull’inevitabile perdita, o data di scadenza, di molte cose che diamo per scontate nella vita, inclusa la fine della vita stessa, la morte.

La consapevolezza della morte, che è ciò che lo Scorpione tenacemente segnala, è paradossalmente il controllo più pragmatico della realtà e il principale attivatore della consapevolezza della vita.

La morte è “il sogno principale da cui scaturiscono tutte le illusioni” (UCIM, M27, 1.1), e l’immersione dello Scorpione nel suo mistero, lungi dall’essere una sinistra evoluzione della negazione della vita è sicuramente un passo decisivo per comprendere e padroneggiare la vita stessa.

Lo Scorpione possiede l’abbagliante capacità di enfatizzare ciò che ci tiene nell’oscurità e nasconde la consapevolezza di chi siamo ad un livello multidimensionale, così da poter essere rilasciato, consentendo al nostro autentico sé di vedere, aumentare la sua trasparenza e risplendere nella nostra vita.

Dolore, paure, disperazione e ogni genere di pensieri o emozioni spiacevoli mostrano ciò che non c’è e ci nascondono ciò che potremmo vedere se riconoscessimo la nostra autentica luminosa identità. Per poter vedere dobbiamo mettere da parte i rancori, praticando il perdono come supremo atto di rilascio della nostra percezione separata.

Lo Scorpione insegna che proprio mentre l’oscurità sembra raggiungere il suo culmine nella vita, la luce può dissiparla, se scegliamo con fermezza di rimanere connessi al nostro sé multidimensionale e alla rete della vita.

La fuga dall’oscurità implica due tappe: primo, il riconoscere che l’oscurità non può nascondere. Di solito questo passo implica paura. Secondo, il riconoscere che non c’è nulla che vuoi nascondere anche se potessi. Questo passo porta a sfuggire alla paura. Quando sarai disposto a non nascondere nulla, non solo sarai disposto ad entrare in comunione, ma comprenderai anche la pace e la gioia. (UCIM, T-1.IV.1:5)

Lo Scorpione possiede la consapevolezza di questa zona di transizione tra luce e buio, buio e luce, vita, morte e rinascita. Questa zona intermedia in tibetano è chiamata bardo, che significa letteralmente “ciò che sta in mezzo” o “intervallo”.

Il bardo, che in sanscrito è chiamato antarabhava, non è soltanto l’intervallo dopo la morte, ma abbraccia ogni genere di sospensione nella vita, piccola o grande, come momenti di frustrazione, incertezza, crisi, nonché sogni, fantasie, ecc.

Il Bardo Thodol (letteralmente: “liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”), meglio noto come Il Libro Tibetano dei Morti, differenzia gli stati intermedi tra le vite in tre bardi: il chikhai bardo o “bardo del momento della morte”, il chonyid bardo o “bardo dell’esperienza della realtà” e il sidpa bardo o “bardo della rinascita”, che corrispondono astrosciamanicamente ai tre Livelli.

Il chikhai bardo è relativo all’esperienza della “chiara luce della realtà”, l’approssimazione più vicina possibile al sé multidimensionale, o Identità Multidimensionale Centrale (IMC) in termini astrosciamanici. Il chonyid bardo presenta visioni di varie forme spirituali evolute, mentre il sidpa bardo include allucinazioni stimolate karmicamente che possono portare alla (risolversi in una) rinascita.

Il Bardo Thodol fa riferimento anche ad altri tre bardi: il kye ne bardo o “bardo della vita” o consapevolezza ordinaria, il milam bardo, o “bardo del sogno” (tutte le attività mentali durante il sonno) e il samtem bardo o “bardo della meditazione” (tutti i tipi di condizioni di coscienza meditativi o espansi).

Tutti i bardi forniscono opportunità molto potenti di liberazione e illuminazione. I bardi sono disponibili permanentemente sia nella vita che nella morte. Sono stati transitori tra la nostra identità ordinaria limitata ed il nostro sé multidimensionale centrale.

Lo scopo di base dello sciamanesimo è fornire l’allenamento necessario per navigare efficacemente nel labirinto del bardo.

Generalmente per gli esseri umani ordinari la via per accedere al bardo e alla loro identità multidimensionale centrale è attraverso l’incoscienza, ed è ciò che accade regolarmente nella loro routine quotidiana. Questo perché la connessione con il sé multidimensionale è essenziale per la sopravvivenza di ogni altra possibile identità e realtà, non importa quanto sia falsa.

Tutti gli individui, per poter funzionare, necessitano di un rapporto ricorrente con il sé multidimensionale, proprio come hanno bisogno di respirare, anche se non sono consapevoli che lo stanno facendo.

Tuttavia, mentre respirare è sicuramente un’attività scientificamente accettata, priva di qualsiasi opposizione o divieto nella realtà ordinaria, non è così per il rapporto con il nostro sé multidimensionale. Poiché la nostra realtà consensuale è basata sulla negazione cosciente della nostra natura multidimensionale, ne consegue che gli esseri umani, sebbene la sperimentino costantemente, non hanno alcun indizio su cosa sia, semplicemente perché quest’esperienza non è cosciente.

Il mondo ordinario, e tutte le realtà governate dall’ego, detesta la morte e ogni situazione di crisi profonda perché comportano l’annientamento di tutti i loro folli sogni.

Morte e malattia possono essere dolorosi, tuttavia, come scrive Alan Watts:

ciò che le rende problematiche è che sono vergognose per l’ego. È la stessa vergogna che proviamo quando siamo colti in fallo, come quando un vescovo viene scoperto con le dita nel naso o un poliziotto in lacrime. Per l’ego è il ruolo che conta, la ”finzione” che il proprio sé più segreto è permanente, che ha il controllo dell’organismo, e che mentre “ha” l’esperienza non ne è coinvolto.

La sofferenza e la morte smascherano questa finzione, ed è per questo che la sofferenza è quasi sempre accompagnata da un senso di colpa, una sensazione che è molto difficile spiegare quando la finzione è inconscia. L’oscura ma potente sensazione che si potrebbe non soffrire o morire…” (Alan Watts, Psychotherapy East and West, Pantheon Books, 1961)

“Lo sciamano in te vive quotidianamente con il senso della morte, mentre il resto di te lotta con il pensiero deprimente che la vita presto finirà. Penso che sia come dicono gli sciamani: Soltanto il senso della morte imminente è in grado di scuoterti e liberarti dai tuoi momentanei attaccamenti e paure, dal tuo interesse nei programmi che hai stabilito. E così lo stregone dà il benvenuto alla morte come la fine di uno stile di vita che ha fatto il suo tempo. Lo sciamano trova trasformazione ed estasi, non tragedia o fallimento, nella morte”. (Arnold Mindell, The Shaman’s Body: A New Shamanism for Transforming Health, Relationships, and the Community, Harper, San Francisco, 1993, p. 157)

La morte ci sfida a fermarci e ad espandere i nostri orizzonti. Questo spesso accade nei momenti avversi, quando in pratica siamo costretti a interrompere certi schemi meccanici nella nostra vita.

Nella vita di tutti i giorni la concentrazione maggiore è sul fare. Continuiamo a correre di qua e di là finché una malattia o la morte non ci costringono a fermarci. È per questo che per molte persone l’unica opportunità di smettere di fare e cominciare ad essere si presenta quando si trovano di fronte a situazioni in cui rischiano la vita. Il paradosso è che oltre la percezione ordinaria tragica e spaventosa della morte, esiste uno spazio in cui le cose sono molto più semplici e pacifiche.

Se moriamo o ci troviamo di fronte a una morte imminente tutte le nostre responsabilità e obblighi immediatamente svaniscono. Ci fermiamo e ci focalizziamo sull’essere, mentre il mondo continua ad essere occupato a fare. Prendendo del tempo per morire di proposito, mentre siamo ancora vivi, diventiamo più vivi nel presente. Ad esempio, puoi provare a fermarti proprio ora, diventando consapevole del tuo respiro, come se stessi esalando i tuoi ultimi respiri.

Dedicare regolarmente del tempo a meditare o viaggiare sciamanicamente ci consente di imparare l’arte guaritrice di morire, fermarci e connetterci con la nostra natura multidimensionale, che è in verità l’unica parte di noi che può superare la morte, che continua a vivere mentre tutto il resto si dissolve.

La Morte giunge sempre come un inquisitore dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e intenzioni, come dice AFS Bogus, “sol chi non si defila dinanzi alla morte è persona verace”

© Franco Santoro

Immagine: “Angel of Death” by Evelyn de Morgan

Morte e Vita accadono sempre Qui e Ora

Marzo 6, 2015 by admin

cemeteryOgni particella di conoscenza che diventa potere ha la morte come forza centrale. La morte dà l’ultimo tocco, e tutto ciò che è toccato dalla morte diventa davvero potere. Un uomo che segue il sentiero si trova davanti la morte a ogni svolta della strada, e inevitabilmente si fa lucidamente consapevole della propria morte.[…] Ma il preoccuparsi della morte ci indebolirebbe costringendo ciascuno di noi a concentrasi sul sé. Quindi, per essere un guerriero, la conquista successiva è il distacco. L’idea della morte imminente, invece di diventare un’ossessione, diventa un’indifferenza. (Carlos Castaneda)

La paura della sofferenza e della morte è inevitabile per chiunque s’identifica esclusivamente con la realtà fisica, o di terza dimensione.

E si tratta di una paura inevitabile poiché la morte e la sofferenza del corpo fisico è inevitabile.

Tuttavia, la paura della morte e del dolore, quando sono esplorate intensamente e nella loro effettiva realtà, sono il portale per il passaggio nella quarta dimensione e per la comprensione profonda della nostra autentica natura.

La morte è l’avvertimento che la trasformazione e il rilascio della percezione separata è quello che ognuno qui, nella realtà ordinaria della vita fisica, è destinato ad affrontare.

Questo avvertimento non è nuovo, poiché è stato ricevuto fin dall’inizio della separazione, e da allora le persone sono sempre morte.

È solo la mente separata che si ostina a non accettarlo.

Questa mente è così separata che continua a considerare la morte come un incidente spiacevole, un evento terribile, una zona inaccessibile, da negare, evitare, dimenticare e fare finta che non esista.

Ed è questa negazione che continua a mietere dolore ogni volta che la morte o solo la paura della morte arriva inevitabile.

Con la morte, il sogno dell’ego giunge al capolinea, sebbene possa ancora essere riciclato con una nuova corsa mediante il sogno della reincarnazione: una misera e sinistra farsa che l’ego ha creato per conseguire l’immortalità.

I sogni non possono continuare per sempre e un risveglio generale è solo questione di tempo.

Eppure possiamo decidere di svegliarci prima, evitando ulteriore sofferenza e terrore.

La tolleranza al dolore può essere elevata, ma non è senza limite. Alla fine tutti incominciano a riconoscere, per quanto debolmente, che ci deve essere un modo migliore. Non appena questo riconoscimento si stabilizza più fermamente, diventa un punto di svolta. Questo alla fine risveglia la visione spirituale, indebolendo simultaneamente l’investimento nella vista fisica. L’investimento alternato nei due livelli di percezione viene usualmente sperimentato come un conflitto, che può diventare molto acuto. Ma la riuscita è certa così come lo è Dio. (Un corso in miracoli, T35)

Perciò, riguardo alla morte, la prima cosa da ricordare è di non lasciarsi travolgere da emozioni di paura, terrore e preoccupazione.

Possiamo cavalcare la morte come un puledro che viaggia verso la libertà.

Possiamo trasformare la morte se ci colleghiamo con la quinta dimensione, che è quella del regno mentale e dell’aria.

Connettendoci con la mente multidimensionale, quella che ha una prospettiva più ampia, le emozioni possono essere dirette verso un intento di liberazione e unità.

La mente dell’ego è basata sulla separazione e la negazione, e se usiamo quella mente, quando arriva l’onda emozionale, il risultato è terrore e paura.

Nella percezione separata la morte fisica può arrivare o non arrivare in questo momento, mentre a livello multidimensionale la morte arriva sempre, ed è quello che l’ego separato non vuole riconoscere.

La guarigione dalla separazione avviene portando consapevolezza su ciò che è negato e non visibile, poco importa se sia piacevole o meno.

La morte accade sempre, qui e ora, così come la vita. E se non siamo in grado di percepire la presenza della morte, questo è un dato preoccupante, poiché significa che la nostra mente è morta, o in coma.

Questa è la condizione di buona parte del genere umano, uno stato di coma profondo della mente, fondato sulla negazione della morte.

Allorché la morte ci riguarda da vicino, mediante la scomparsa o le malattie gravi di persone care, o quando a morire siamo noi stessi, ecco che allora ne prendiamo consapevolezza. Ma si tratta tuttavia di un evento personale, che non riguarda il resto della gente, che invece continua a “vivere” e negare la morte.

In certe epoche storiche o momenti della vita, la morte diventa visibile per tutti, ma solo quando accadono epidemie, disastri naturali,  catastrofi o guerre.

Ma i più grandi disastri nella storia dell’umanità impallidiscono in confronto alla cosiddetta morte naturale.

La morte naturale prende una media di 52 milioni di vite ogni anno.

Mentre stai leggendo quest’articolo, 144 persone sono appena morte su questo pianeta.

Dunque la morte arriva continuamente, è solo che non la vogliamo vedere.

La morte ci confronta con la scelta tra la percezione distorta dell’ego e la salvezza, il dolore e la felicità, il sogno e la realtà.

È una credenza fissa ed immutabile del mondo che tutte le cose nel mondo nascono soltanto per morire. Viene considerata come la “legge della natura”, da non mettere in dubbio, ma da accettare come la legge “naturale” della vita. Ciò che è ciclico, cambia ed è incerto: ciò che è inattendibile e instabile, che cresce e cala in un certo modo lungo un certo cammino – tutto questo viene considerato come Volontà di Dio. E nessuno si chiede se un Creatore benevolo potrebbe mai volere ciò. (Un corso in miracoli, T23)

© 2010 Franco Santoro

Non posso fare a meno di aiutarti

Marzo 6, 2015 by admin

sad copyDopo una lunga peregrinazione il Ricercatore raggiunse l’ultimo piano sotterraneo del grande palazzo. Si accomodò in una piccola camera d’attesa, ove si pose seduto, impugnando il bastone che lo avevo accompagnato lungo la discesa.

All’improvviso vide l’intero mondo, con tutte le persone e i luoghi cari, disfacersi brutalmente, tra dolori lancinanti e immani brutalità.

Il Ricercatore provò un’indicibile paura e pena.

Nel pavimento si aprì una botola, da cui emerse lo Spirito Tenutario del Mondo, con il volto occultato da un cappuccio conico.

Il Ricercatore si rivolse allo Spirito Tenutario del Mondo, domandando il perché di tutto questo strazio e dolore.

“Io sono il divoratore di ogni cosa. Posso distruggere tutto, perché qui tutto mi appartiene. E distruggo tutto perché la mia passione per Ciò che è ultimo è totale.” rispose lo Spirito Tenutario del Mondo, con tono perentorio.

Il Ricercatore, tenendo fermo ta le mani il bastone, trasse la forza per sfidare lo Spirito Tenutario del Mondo, invitandoLo a rivelare il Suo volto e i Suoi segreti.

Lo Spirito Tenutario del Mondo non si aspettava una tale sfida, e rimase alquanto sorpreso. Dopo qualche attimo di inatteso imbarazzo, riprese la sua ferma parvenza e disse:

“Io sono un dio che agise per paura. Ti ho spaventato perché ho paura di te.”

Poi, abbbassando il tono della voce, lo Spirito aggiunse:

“Volevo solo chiederti aiuto”.

Il Ricercatore invitò allora lo Spirito a chiedere aiuto in maniera diretta e a farlo in quel momento.

“Sì, ti chiedo aiuto!” ammise lo Spirito.

Il Ricercatore rispose:

“Non posso fare a meno di aiutarti.”

E così la relazione iniziò…

© 2011 Franco Santoro

Portale multidimensionale

Marzo 6, 2015 by admin Lascia un commento

alex grey collective vision copy

Collective Vision di Alex Grey

Un portale multidimensionale è uno spazio attraverso cui esseri multidimensionali transitano per accedere a luoghi lontani nel tempo e nello spazio.

Il Sagittario è inteso come il portale multidimensionale tra la realtà ordinaria di terza dimensione, o Configurazione Umana Arbitraria (CUA), ossia la realtà fondata sull’ego e la separazione, e dimensioni alternative o più elevate.

In tempi antichi questo portale era l’asse Capricorno-Cancro, che in vero segue a esserlo formalmente.

Tuttavia, a causa della precessione degli equinozi, questo punto si è spostato nell’asse Sagittario-Gemelli, per cui il Portale del Capricorno è ora sito tra la costellazione del Sagittario e quella dello Scorpione.

Tale punto è ritenuto il Centro della Galassia, dove gli scienziati rilevano la presenza di un buco nero misterioso.

Questo portale è esotericamente l’accesso a ciò che esiste oltre la realtà ordinaria. Per certi versi è il canale di nascita che conduce al Mondo del Basso, piuttosto che, come è spesso ritenuto, verso il Cielo.

Il Sagittario è considerato il centro della galassia, l’utero stellare da cui la nostra galassia fu concepita, il punto di accesso da cui esseri di altre dimensioni e universi paralleli passano per accedere su questa Terra.

Quindi, quando il Sole transita in Sagittario matura il potenziale per concepire e in seguito fare nascere configurazioni alternative.

Questa situazione è strategicamente rilevante soprattutto durante la Luna Piena in Gemelli, allorché il Sole è in Sagittario e la Luna in Gemelli.

Esiste molto materiale su questi argomenti, specialmente sull’onda del trascorso 21 dicembre 2012 e di altre date analoghe che inevitabilmente saranno mercificate nel futuro. È facile confondersi, e il rischio è di perdere l’impeto dell’energia sfrecciante del Sagittario, mancando il bersaglio.

E il bersaglio potrebbe essere il tuo Intento in questo momento, ciò che ora scegli di creare e accettare nella tua mente come la migliore dimensione che puoi concepire per te stesso e gli altri, senza alcun limite riguardo ciò che ti dona gioia, pace e qualunque qualità che per te ha valore.

© Franco Santoro

Immagine: Collective Vision di Alex Grey

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