9 febbraio
“C’è una differenza tra questo mondo e il mondo degli esseri fatati, ma non è immediatamente percepibile. Ogni cosa che esiste qui, esiste anche là, ma ciò che esiste là è meglio di quello che c’è qui. Tutto ciò che è luminoso qui, là è ancor più luminoso. C’è più oro nel sole e argento nella luna. C’è più profumo nei fiori, più sapore nei frutti. C’è più dignità negli uomini e più tenerezza nelle donne. Tutto nel mondo degli esseri fatati è meglio di quel che c’è qui, e sulla base di questo essere migliore saprai che sei là se mai ti accadrà di capitarci.”
(James Stephens, nato il 9 febbraio 1880, Sole e Luna in Acquario, scrittore folk irlandese)
Fiducia
La fiducia che diamo agli altri è la fiducia che diamo a noi stessi.
Dare fiducia è un atto di amore incondizionato.
Il rischio è che la fiducia talvolta potrebbe essere ferita.
Ma il rischio più grande è non dare fiducia, perché in questo caso la fiducia muore in partenza.
Franco Santoro
La ferita
Nascosi la mia ferita sotto i vestiti, per cui nessuno poteva vederla e pure io ne persi il ricordo.
Poi incontrai qualcuno, che straripante d’amore mi strinse forte in quel punto.
Provai un dolore atroce, e allora odiai, oh quanto odiai chi mi toccò, la causa di ogni mio male.
Poi incontrai qualcuno splendidamente vestito e quanto lo amai, stringendolo forte con grande passione.
E questi soffrì e mi odiò, oh quanto mi odiò, la causa di ogni suo male.
Così continuò la storia fin quando incontrai qualcuno che si spogliò, mostrandosi completamente nudo, con tutte le sue orribili ferite.
Allora mi spogliai anch’io e vidi le mie orribile ferite, e le vide pure lui.
E poi…
Il primo passo della guarigione olistica e spirituale è il più paradossale, perché in termini ordinari non guarisce proprio niente, anzi tutto ciò che c’è di orribile e doloroso emerge alla luce del sole.
Il primo passo della guarigione è l’accettazione di come siamo nella nostra nudità oltre le vesti e le maschere che abbiamo usato per nasconderci. Tanto è forte l’identificazione con queste maschere, che le spacciamo per noi stessi, e diventiamo ignari del corpo che le sottende, fin tanto che accade qualcosa per cui la maschera si rompe.
Il primo passo nella guarigione è togliersi la maschera e dare spazio a quello che abbiamo occultato, così com’è, accettandolo, senza intervenire per cambiarlo, confidando che l’esposizione della ferita di per sé porterà alla guarigione.
La ferita non è qualcosa di sbagliato, è un processo naturale dell’esistenza. Non è un segno che abbiamo fatto qualcosa di male, che siamo deboli. Così come il nostro corpo si ferisce e si ammala, e a un certo punto muore, anche a livello emotivo e mentale succede la stessa cosa.
La causa del male e del dolore umano deriva esclusivamente dal credere che le ferite, la malattia e la morte siano dovuti ad una colpa, dal non accettare che sono processi naturali.
Non esistono in questo mondo persone prive di ferite, e immuni alla malattia e alla morte. Coloro che pretendono di esserne al di sopra, che sostengono di poter guarire le ferite altrui, avendo conseguito uno stato di assenza di ferite, sono le maschere più spesse, quelle che nascondono le ferite più grosse.
Allora il primo passo è accettare le nostre ferite, non come qualcosa che non dovrebbe esserci, paragonandoci a maschere che ci mostrano l’assenza di ferite, ma come il primo passo verso la guarigione.
È un passo coraggioso e per trovare sostegno l’ideale è stabilire contatti con altri individui che stanno compiendo lo stesso passo, che sono pronti a togliersi la maschera…
E in effetti, compiuto questo passo, tutti gli altri vengono da soli…
Franco Santoro
Immagine: La ferita di Mark Ryden
Il vecchio rudere
Sono nato a Bologna in una vecchia casa in via Santa Margherita, molto vicino a Piazza Maggiore e nel pieno centro cittadino. Non posseggo memorie vivide riguardo la mia casa natale poiché i miei genitori si spostarono in una nuova casa quando avevo due anni. Per quanto concerne la mia vita nella casa originaria, faccio riferimento unicamente alle informazioni fornite dai miei genitori.
Essi non amavano molto parlare di quella casa. Ciò era forse dovuto al fatto che quel luogo ricordava a loro tempi difficili, in cui dovevano lavorare duramente e affrontare ristrettezze economiche. Magari esistevano pure ragioni oscure, almeno questo è ciò che io percepisco in base alla mia natura fortemente Scorpione.
In vero la mia casa natale l’avvertivo come circondata di profondi misteri. In effetti diventò presto un sito piuttosto macabro e deprimente. Nessuno vi abitava più e nell’elegante zona in cui si trovava la casa rappresentava un ingombrante relitto. Tale presenza deturpava la signorilità dell’ambiente circostante, tanto che varie petizioni furono promosse al fine di eseguirne l’abbattimento. Tuttavia, quella casa continuava a restare al suo posto.
Era situata a pochi metri dalla nuova casa in via de’ Griffoni. Spesso, quando uscivo, solevo passarci proprio di fronte. In vero, la memoria più antica che sono in grado di riesumare riguarda un episodiche ebbe luogo allorché mi trovai a passeggiare davanti alla vecchia casa.
Quella esperienza marca inoltre la mia prima esperienza riconosciuta di natura non-ordinaria e francamente anche la più potente. Cercherò di descrivere parte di essa.
Un giorno, Nonno Sandrino, vale a dire mio nonno materno, mi portò fuori per fare una passeggiata. Egli viveva a San Venanzio di Galliera, un piccolo paese rurale nella bassa bolognese, e usava venire di tanto in tanto in città per fare visita ai miei genitori e a me. Poiché il cambiamento dalla città alla campagna era in quei tempi assai radicale, queste visite credo fossero per mio nonno un’occasione molto speciale ed eccitante.
Il suo carattere era diverso da quello della maggior parte degli adulti che avevo conosciuto fino a quel momento. Seppure egli si sforzasse di assumere un comportamento adulto, quando eravamo insieme mi sembrava che la sua natura fosse assai simile alla mia. Ciò mi faceva sentire molto a mio agio.
In quel giorno decidemmo di uscire per visitare il parco cittadino. Mio nonno mi prese per mano e quindi iniziammo a procedere lungo le piccole strade del vecchio centro. Dopo poco passammo di fronte alla casa in via Santa Margherita.
Immediatamente fui colpito dalla porta di quella casa. Essa era grande e molto vecchia. Sebbene fosse chiusa, e questo era chiaro alla mia vista, mi giungeva pure, con la stessa nitidezza, l’immagine di quello che c’era al di là della porta.
Mio nonno si fermò e iniziò a scambiare alcune chiacchiere con l’edicolante che aveva il suo chiosco proprio dinanzi alla porta. Ciò mi permise di fissarla con più attenzione. Qualcosa mi attirava magneticamente verso quella porta. Mi pareva di essere sia fuori che dentro l’edificio, mentre la porta rappresentava un ponte tra due mondi in cui dimoravo contemporaneamente. Fuori c’era la strada con tutte la sua vita: mio nonno, l’edicola, il portico, la gente, il traffico, i rumori della strada. Dentro c’era un ambiente totalmente diverso: incantato, dolce, caldo, silenzioso, misterioso e pure molto famigliare.
Ciò che maggiormente mi stupiva di tutta questa esperienza era il fatto che questa situazione non sembrava affatto nuova per me. Mentre mi trovavo tra le due realtà esistenti dentro e fuori la porta, provavo un gran senso di eccitazione e meraviglia.
Decisi di avvicinarmi onde cogliere un debole suono che sembrava emanare dalla porta. Mi spostai solo pochi passi e questo mi permise di udirlo distintamente. Era una voce che parlava in un linguaggio inusuale. Non era l’italiano, non era il dialetto bolognese che mio nonno e mia madre solevano impiegare, nemmeno si trattava del dialetto siciliano usato da nonno Francesco, il mio nonno paterno. Potevo udire un idioma totalmente fuori dal consueto e, allo stesso tempo, assai famigliare, tanto che riuscivo a capire tutto.
In quei tempi avevo problemi ad apprendere l’italiano. Il mio vocabolario era molto limitato e mi risultava faticoso comprendere la maggior parte delle parole contenute in una frase. Inoltre avevo notevoli difficoltà a pronunciare correttamente alcune consonanti.
Il linguaggio che proveniva dalla porta, al contrario, era molto facile. La voce diceva qualcosa che potrei tentare di tradurre coem segue:
“O bel del figlio del Cielo, ritorna ad Handor, il tuo luogo di origine. Ti stiamo aspettando”.
Seppure tutto ciò poteva apparire strano, la voce e il suo messaggio non mi sorprese affatto. Non era la prima volta che la sentivo, seppure non fossi capace di ricordare quando l’avevo udita anteriormente. Ero certo di aver già ricevuto questa chiamata in altre occasioni e proprio davanti alla porta.
La prima volta che la riconobbi con chiarezza fu quella volta, tuttavia tale momento si sovrapponeva ad altri di cui mi sfuggiva il ricordo e questo creava una misteriosa spirale di incastri che in vero costituiva l’aspetto più potente dell’esperienza.
“Passa attraverso la porta” diceva la voce e poi si arrestava come per attendere una qualche risposta o azione da parte mia. Guardai attentamente la porta.
Notai una peculiare forma emergente come un alone attorno agli infissi. Sembrava una specie di grande cono gelato. Pure quel cono mi apparve immediatamente famigliare. L’avevo visto altre volte. Era simile al cappello usato dai Bigini, gli esseri che popolavano i miei giochi e le mie fantasie.
I coni gelato costituivano una delle leccornie maggiormente celebrate dai bambini. Poiché io non nutrivo alcun interesse per i cornetti e per tutti i gelati in generale, quello che mi attraeva in quel cono era ben altro.
“Mi rendo conto della porta e del fatto che essa mi conduce alla mia vera casa” risposi infine, sorprendendomi per il tono disinvolto e sicuro della mia espressione. In rapporto alla mia consueta timidezza e indecisione, tutto ciò appariva alquanto stupefacente. Al che la voce rispose: “Perché non entri allora?”
L’invito mi giunse molto allettante. Allo stesso tempo mi sembrava troppo semplice e impulsiva. Decisi di prendermi una pausa per ponderare.
“In effetti non ci sono poi così tante cose interessanti fuori. Talvolta mi annoio e inoltre ci sono tante cose che mi spaventano e non mi piacciono affatto. Potrei proprio ritornare a questo posto chiamato Handor. Si tratta solo di passare attraverso la porta. E’ molto facile. Mio nonno non se ne accorgerà nemmeno”.
Stavo quasi per precipitarmi verso la porta quando un’altra voce mi giunse.
“E i tuoi genitori che ti aspettano nell’altra casa?”.
Mi bloccai preso da un senso totale di sorpresa. Mi era completamente dimenticato di loro. Ma la cosa che mi sorprendeva e imbarazzava maggiormente era il fatto che, dopo aver recuperato la memoria riguardo i miei genitori, l’attrazione verso la porta continuava ad essere tanto forte quanto prima.
“Questa porta deve essere davvero molto potente”, riflettei, “Non riesco nemmeno ad andare a letto o nel bagno senza che essi siano presenti. E ora è come se non me importi nulla. Che cosa mi sta accadendo? Forse potrei tornare a casa e raccontare tutta questa storia al babbo e alla mamma”.
Non appena considerai questa opzione, mi arrivo il ricordo di precedenti tentativi di spiegare situazioni similari, come i Bhi Jinah e i loro cappelli a forma conica. In quelle occasioni i miei genitori fingevano di non ascoltarmi o cambiavano il tema della conversazione. All’inizio reagivano comprandomi un gelato cornetto. La prima volta che lo fecero, fu una tale delusione. Mi trovavo lì con quella roba zuccherosa e appiccicante tra le mani. Ciò mi causò un gran malumore. Dissi loro che non era quello il cono a cui mi riferivo. I miei genitori, solitamente molto disponibili nei miei riguardi, cercarono immediatamente di trovare un maniera per soddisfare i miei desideri.
Procedettero a comprarmi un altro tipo di cornetto gelato. Questo a prima vista apparve piuttosto interessante. A differenza del precedente, esso era avvolto completamente da una carta dorata. Quando però aprii la confezione e vi trovai semplicemente un’altra versione del gelato precedente, mi irritai molto. I miei genitori si arrabbiarono pure perché pensarono che li stessi prendendo in giro.
Ebbene, ritorniamo alla porta. Nonno Sandrino, il quale forse mi avevo osservato durante la mia interazione con la porta, mi chiese che stava accadendo.
“Forse è meglio che faccio finta di niente e continuo a passeggiare” pensai. Così feci e quindi ci incamminammo verso il parco. Questa mi parve la migliore soluzione poiché mi permetteva di riflettere sul da farsi.
“Una volta tornati dal parco, passerò nuovamente davanti alla porta. Quindi prima di allora ho tempo sufficiente per riflettere e decidere che fare”.
Quando giunsi al parco, mi diressi subito verso l’albero più grande che usavo chiamare Albero Grande. Chiesi all’albero un consiglio riguardo la situazione della porta.
“Tu sai bene ove si trova la porta” rispose l’albero “e vi puoi andare quando vuoi. Rifletti ora. Sei proprio sicuro di volerci passare adesso e da solo? Ti ci è voluto molto tempo per arrivare e quindi a svolgere il Gioco da queste parti”.
“Quale Gioco?” domandai.
“Il Gioco del Cono” replicò l’albero.
“Cosa significa?” chiesi.
“Si tratta di mettere insieme la gente” spiegò l’albero.
A questo punto diventai alquanto curioso riguardo al Gioco che mi appariva come un insieme di elementi molto famigliari con altri piuttosto misteriosi. Interrogai nuovamente l’albero al fine di ottenere maggiori ragguagli.
“Guardati attorno” aggiunse l’albero. Lo feci e vidi il cielo, l’erba del prato, altri alberi, una bicicletta, un gruppo di uccelli, alcuni bambini che giocavano con una palla, le loro madri sedute a chiacchierare sulle panchine, un gatto, mio nonno e altre cose il cui nome non mi era chiaro. Poi con l’immaginazione mi vennero in mente altre persone e cose, come i miei genitori, la nonna, i cugini, gli zii, i miei giocattoli.
“Ho da passare attraverso la porta con tutta questa gente e cose?” domandai.
“Sì, e anche qualcosa in più, se vuoi” rispose l’albero. “Dove?” chiesi.
“Guarda nuovamente a quello che vedi attorno a te nel caso hai dimenticato qualcosa”.
Non appena l’albero suggerì questa possibilità, mi resi conto che si stava riferendo ai Bhi Jinah. In quel momento quindi iniziai a rendermi conto della loro presenza negli spazi vuoti esistenti tra le forme piene.
“Devo prendere anche loro?”, chiesi con una certa esitazione. […]
“Certamente” rispose l’albero, “E’ con i Bhi Jinah che avrai modo di mettere tutti insieme”. […]
“Mi pare un gran bel gioco” commentai “In questo modo ce ne andremo tutti oltre la porta e saremo molto felici. Che bello! Ora che ho compreso bene come stanno le cose, posso dirlo certamente al nonno, poi alla mamma e al babbo, ecc.”.
A questo punto l’albero mi fece notare che forse sarebbe stato difficile per loro capire la situazione. Riflettendoci mi resi conto che i miei parenti così come tutti gli altri esseri umani che avevo conosciuto fino a quel momento avevano la tendenza a parlare solo tra di loro.
“Essi non hanno alcuna conversazione con gli alberi, gli animali, le cose, per non parlare dei Bhi Jinah. Essi chiamano i Bhi Jinah niente e dicono che i grandi non perdono tempo con niente. […] Come posso mai spiegare tutto ciò?”
“Come per ogni buon gioco l’uso della pazienza è indispensabile” rispose l’albero.
“La prima parte del Gioco consiste nel fingere di diventare un essere umano. Si tratta di acquisire familiarità riguardo le costumanze umane. Quando hai conseguito questo obiettivo, la seconda parte concerne la ricerca della porta”.
“Ma che senso ha?” Io so già dove si trova la porta?” obiettai.
“Sì, certo, lo sai.” rispose l’albero “Ma una volta che poni tutta la tua attenzione nel comportarti come un essere umano è molto probabile che ti dimenticherai della porta. Come tu sai bene, gli esseri umani parlano solo tra di loro e non vedono i Bhi Jinah… La seconda parte del Gioco è estremamente eccitante poiché comporta una serie di trucchi. Non mi dilungo oltre su questo tema. Mi limito a dirti che la seconda parte del Gioco si conclude con il ritrovamento della porta. Ebbene, una volta che trovi la porta, la terza parte del Gioco ha inizio. Essa riguarda il passaggio attraverso la porta sia da parte tua che degli altri. E’ la fase cruciale del Gioco e, in quanto tale, pure la più difficile. Poiché nell’atto di coinvolgere gli altri può capitare di perdere di vista nuovamente la porta, spesso succede che occorre ritornare nuovamente nella seconda parte onde ripetere la fase di ritrovamento della porta. Questo è il Gioco del Cono. E’ un vecchio gioco ed è assai divertente. Inoltre finisce sempre bene. Questo non significa che si tratta di un gioco facile. Sovente non sembra affatto un gioco Ed è proprio ciò che lo rende così stimolante ed eccitante. Questa è la sfida del gioco. Un’altra cosa qui è il fatto che più commetti errori, maggiormente impari, e ti viene sempre data una possiblità di correzione. Proprio non ho mai visto un gioco simile!”
Le parole dell’albero mi conquistarono totalmente. Quest’albero era una vecchia quercia e possedeva quindi conoscenze molto profonde riguardo al Gioco. Vi era una cosa che d’improvviso mi preoccupò: “Se gli umani comunicano solo tra di loro” feci notare “allora significa che quando divento uno di loro, tu non parlerai più con me, e così pure gli animali, le pietre, i giocattoli e i Bhi Jinah. E allora come farò senza di voi?”
L’albero chiarì come segue: “In vero le cose non stanno proprio così. Per quanto mi riguarda, in qualità di rappresentante anziano degli alberi, sono sempre disponibile a parlare con te, e così pure sono certo i Bhi Jinah. Il punto è che uno degli sviluppi più frequenti del gioco comporta la perdita di memoria della connessione con noi. Ricordati che questo fa parte del gioco e non durerà per molto. In questo modo impari molte cose. Inoltre contribuirai al recupero di qualcosa di cui c’è molto bisogno dall’altra parte della porta. Abbi fiducia. Riceverai tutte le istruzioni necessarie a tempo dovuto. Inoltre un contingente di Bhi Jinah ti resterà accanto in ogni momento per accompagnarti nelle tue imprese. […]”.
Bene, francamente, ciò che l’albero disse non fu proprio esposto letteralmente in questi termini. V’era qualcosa in più che egli disse e anche qualcosa in meno. E, in vero, il linguaggio impiegato non era l’italiano o l’inglese. Tuttavia, sento che, per quanto riguarda il mio livello di comprensione corrente, ciò che ho fornito qui è la migliore traduzione possibile, per il momento.
Alcuni anni fa, durante una breve visita a Bologna. decisi di visitare la mia vecchia casa natale, onde verificare se l’edificio era ancora al suo posto o meno. Con grande stupore trovai la casa meravigliosamente ristrutturata e trasformata in un lussuoso albergo (Hotel Novecento).
Quella che era un tempo considerato il relitto deprimente della zona, se ne stava ora lì orgoglioso come l’edificio più elegante e attraente in assoluto.
Ravvisai immediatamente una connessione riguardo la mia vita e mi resi conto che lo stato della casa natale rifletteva un mio processo di trasformazione. Mi fece sorridere inoltre il fatto che, oltre ad aver lavorato nel settore alberghiero per molti anni e a vivere attualmente in una struttura di tale natura (Findhorn Foundation Cluny Hill), ora posso dire pure di essere nato in un albergo.
Franco Santoro
L’albergo
La vita è come un albergo in cui soggiornano tanti ospiti.
Verso di loro presti più o meno attenzione.
Alcuni si trattengono a lungo, altri per soggiorni a medio o breve termine.
Ogni ospite, senza esclusioni, a un certo punto se ne va.
Poi succede che partono tutti e non arriva più nessuno.
Allora comprendi chi sei tu, forse.
© Franco Santoro
Foto: la reception di Cluny Hill College, Forres, Scozia
Non sei il tuo oroscopo
Vi sono tante tecniche astrologiche, da cui si possono dedurre significati e analisi riguardo la propria vita e quella altrui. Tuttavia, nell’essenza dei fatti, l’unica pratica che effettivamente per me ha valore consiste nell’andare oltre le tecniche e definizioni zodiacali, usando l’astrologia come strumento di meditazione e consapevolezza della nostra natura multidimensionale.
Non importa di quante tecniche e conoscenze astrologiche disponiamo, se siamo preda di emozioni e menti agitate o irremovibili, l’astrologia contribuirà solo ad amplificare la rete velenosa delle nostre ossessioni e pregiudizi…
Continuamente incontro persone marchiate e stigmatizzate a vita da previsioni o definizioni astrologiche sentenziate da “esperti del settore” o dedotte attraverso la lettura di testi superficiali o la lettura superficiale di testi…
La mappa astrologica, similmente alla fotografia, è il congelamento di un istante passato, che in questo caso riguarda i pianeti e l’orizzonte all’atto della propria nascita. Essa indica chi siamo in conformità a quello che è accaduto nel passato…
Questo congelamento ostruisce la nostra vera percezione e continua a trattenerci in una dimensione di esperienza limitata a meno che non siamo in grado di accedere ad uno spazio di meditazione e consapevolezza…
L’astrologia tradizionale considera in genere la carta in termini lineari come qualcosa che deve evolversi. Se sei nato, per esempio, con il Sole in Vergine, allora il tuo scopo consiste nel fare tutto ciò che si addice alla Vergine, evitando il contrario, e raggiungere il massimo potenziale di questo segno. Da un’altra prospettiva, se sei nato con il Sole in Vergine, significa che vi sono dei lati specifici della Vergine, talenti e blocchi, che puoi riconoscere, liberare e trasformare. Ciò non vuol dire che non porterai a compimento i potenziali della Vergine, bensì che sei qui per andare oltre la Vergine, per affrancarti da questa definizione, per conoscere e diventare chi sei veramente…
Quello che credi essere il tuo tema natale non è il tuo tema natale. È solo un tratto assai limitato della tua natura, utile solo se ti permette di riconoscere quello che credi di essere per aprirti a ciò che sei davvero…
Estratti da Franco Santoro, Astrosciamanesimo: un viaggio nell’universo interiore
3 febbraio
Non ti lasciare imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai verrà, che una vera amicizia ti sia concessa, non esisterà opposizione fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi è da questo segno infallibile che la riconoscerai.
Simone Weil, nata il 3 febbraio 1909, Sole in Acquario, Luna in Cancro, Ascendente in Sagittario, filosofa francese e mistica cristiana (11.4.9).
La nostra vita interiore si compiace di accogliere in folla fantasmi, costruzioni; nel sentimento invece bisogna tagliare via senza pietà tutto quanto vi è di immaginario e permettersi solo ciò che corrisponde a scambi reali. Per questo bisogna vietarsi “slanci di cuore” che non trovano nell’altro ugual risposta. Non bisogna pretendere di venir capiti quando ancora non ci siamo chiariti a noi stessi.
Non ingannarsi sull’altro significa anche non ingannarlo e non pretendere da lui più di quanto può dare.
Più dai, più dipendi dagli altri per la tua felicità e infelicità. E una parola o un gesto possono darti più felicità di quanta tu non ne hai data in un anno di dedizione. Ti metti in una situazione di mendicante, di cane che aspetta l’osso.
Oggi è San Biagio, santo venerato sia nel cristianesimo orientale sia occidentale, noto perché nella sua festa è diffuso un rito piuttosto sciamanico e curioso, che consiste nella “benedizione della gola”. Il santo è invocato contro i dolori e le malattie della gola, che in effetti durante la stagione in cui cade la festa sono frequenti. Il rito consiste nel poggiare due candele incrociate sulla gola del malato, oppure ungendo la gola e facendo una croce con l’olio benedetto, invocando l’intercessione del santo.
San Biagio è legato alla gola per un suo miracolo che permise a un bambino morente per una spina di pesce conficcata nella gola di ritornare in vita.
Dalla Chiesa viene festeggiato il 3 febbraio. Durante la messa di questo giorno i sacerdoti benedicono le gole dei fedeli accostando ad esse due candele.
A Milano il santo è molto popolare e un altro modo per cercare la sua intercessione usando sempre la gola è mangiare il panettone avanzato a Natale, che è chiamato panettone di San Biagio.
La gola è legata al mangiare e anche al parlare, così che in questo giorno possiamo pure benedire la nostra comunicazione, le parole che pronunciamo, le nostre conversazioni, affinché siano allineate con la luce.
Forse…
Forse, il più grande paradosso di noi esseri umani consiste da un lato nel fare esperienza delle indicibili sofferenze e crudeltà di questo mondo, e dall’altro di addossare su di noi ogni colpa, come segno di amore, devozione e sottomissione verso il suo Creatore.
Forse, per cercare l’amore e il perdono incondizionato, gli esseri angelici e divini, non dobbiamo andare tanto lontano.
Forse, noi siamo l’avamposto di luce di un universo immerso nell’oscurità, il caos e la perversione.
Forse, la nostra umiltà e innocenza è causa di imbarazzo per tutti gli dei e pure per il Creatore.
Forse, ho detto solo forse!
Chiedendo venia, senza creare nessun problema, seguitando ad amarLo, adorarLo e servirLo…
Forse.
Una candela
Una candela prima di essere accesa appare bella e fiera,
non appena poi la si accende, ecco che diventa ancor più bella e fiera,
che meraviglia assistere all’intimo rapporto tra fiamma e cera!
In seguito, per gradi, la forma della candela inizia a venir meno,
la fiamma la scioglie inesorabile, mentre la cera colante ne deturpa le fattezze,
e appare ormai chiaro che la fine è vicina,
e quindi la candela sparisce consumata dalla fiamma,
e anche la fiamma sparisce consumata dalla candela,
e il grande mistero è capire,
dove se ne vanno la fiamma e la candela..
Franco Santoro

