Archivi per Giugno 2017
Distanza
La distanza che percepiamo fisicamente tra noi è una credenza frutto di un’illusione tridimensionale. Questa illusione soffoca il potenziale multidimensionale e la capacità di essere vicino a ciò che vuoi sia nel tempo sia nello spazio.
Quindi, se è la distanza da qualcosa o qualcuno a limitarti nella vita, fai attenzione perché stai cedendo a questa illusione, quella di essere un corpo separato insieme ad altri corpi divisi da distanze.
Questa illusione è un veleno per l’anima. Quanto scrivo può essere una grande fandonia, ma se esiste solo una minima possibilità che la distanza sia un’illusione, che tu non sia separato dagli altri e che tu possa collegarti con loro in qualsiasi spazio e tempo, forse vale la pena considerarla.
Felicità: la più grande causa di infelicità.
La felicità è la più grande causa di infelicità.
Cercare di essere felici in questa vita è legittimo, mentre esigere di esserlo, e risentirsene se non è il caso, è un altro paio di maniche.
Quando questo succede, e in vero succede molto spesso, la felicità diventa la più grande causa di infelicità.
La ricerca ossessiva della felicità, l’idea compulsiva che dobbiamo essere felici a tutti i costi, e che se questo non accade allora la nostra vita è un fallimento, o è colpa di qualcuno, è ciò che principalmente provoca la nostra infelicità.
La realtà è che la nostra felicità è regolarmente frustrata nel mondo fenomenico.
Siamo felici in un determinato momento, ma quando le condizioni che determinano quella felicità vengono a mancare, allora siamo infelici.
Inoltre, adesso, qualcuno può essere felice, mentre qualcun altro può essere infelice. In questo modo la felicità diventa pure competitiva, una fonte di conflitto tra felici e infelici, tra chi crede che qualcuno sia responsabile della sua infelicità e chi crede che la sua felicità sia minacciata da qualcuno. In definitiva questo è ciò che causa ogni violenza, guerra e odio.
La felicità è la più grande causa di infelicità, quando credi che dovresti essere felice, che la vita è bella, per cui c’è qualcosa di anormale se non sei felice.
Ma credi veramente che sia così? Ne sei proprio convinto? Qual è la tua esperienza diretta riguardo la felicità e l’infelicità, al di là di ciò che credi o gli altri credono?
La mia esperienza finora mi ha mostrato che la felicità e l’infelicità sono parte della vita, che la vita può essere bella e pure brutta.
Quando riconosco e accetto questo, mettendo da parte le mie fantasie e pretese, allora comprendo che ciò che conta nella vita è accettare sia la felicità e l’infelicità, la gioia e la sofferenza.
L’accettazione diventa il principio guida, ciò che scelgo di imparare nella vita, che pure comprende l’accettazione di non accettare.
L’accettazione sia della felicità sia dell’infelicità può diventare il portale che permette di accedere alla vera felicità.
Persone sensibili
Ci sono persone molto sensibili, in grado di aprire completamente il cuore, con un’ampia consapevolezza multidimensionale, capaci di apportare incredibili cambiamenti nella coscienza umana. Queste persone sono potenziali eroi di questo mondo. Ma essere individui con una consapevolezza multidimensionale non è facile in un mondo in cui la coscienza ordinaria, la sola a essere accettata socialmente, si fonda sulla repressione e negazione di quella multidimensionale.
Di conseguenza molte persone sensibili vivono spesso una vita infernale. Da un lato sono in grado di raggiungere le vette più luminose della coscienza, dall’altro possono sprofondare negli abissi più oscuri. A differenza delle persone ordinarie, che restano ancorate a una percezione limitata alla realtà consensuale, chi ha una sensibilità multidimensionale percepisce la vita a 360° e non esclude alcun aspetto dell’esistenza, visibile e invisibile.
Durante i pleniluni e in altri momenti ciclici alcune persone sensibili possono provare emozioni molto intense. Questi spazi emotivi rappresentano ciò che è rimosso dalla coscienza umana ordinaria, di cui una persona sensibile rimane cosciente, anche se non sa necessariamente cosa fare.
Se hai una coscienza multidimensionale e ti senti molto vulnerabile in certi momenti, è importante che impari a usare pratiche che permettono di liberarti da spazi di malessere e a trasformarli nel loro opposto.
Una persona molto sensibile è aperta a ogni aspetto dell’esistenza, non può ignorare o reprimere quel che sente, come fa la maggior parte delle persone; può invece creare dei ponti tra polarità opposte, permettere il rapporto tra parti separate, favorire la transizione dalla separazione all’unità.
Quindi, se sei questo tipo di persona, quando ti trovi in spazi molto oscuri, prima di tutto non identificarti con essi, avvediti che ti sei spostato nel buio e sei solo in transito. Il tuo scopo è collegare lo spazio di buio con quello di luce. A questo proposito ricordati dell’ultima esperienza che hai avuto con la luce, e invitala a collegarsi col buio. Opera così anche quando sei in spazi luminosi. In quei momenti ricordati degli spazi di buio e invitali a collegarsi con la luce.
Franco Santoro, 2012
Franco Santoro, Pronto soccorso multidimensionale: emergenze spirituali, mondi paralleli e identità alternative, Institutum Provisorium, 2020, pp. 18-19.
Anestesia dell’anima
Se ascolti attentamente le tue conversazioni e quelle altrui, insieme ai tuoi pensieri, da una prospettiva multidimensionale puoi avvederti che sono processi anestetici intesi a mantenere uno stato di separazione tra te e il Tutto, e a privarti della comunione con l’intera esistenza.
La vita cosciente, l’identità ordinaria, le attività umane di lavoro, ricreazione e socializzazione sono droghe e anestetici finalizzati ad abolire parzialmente o totalmente la sensibilità a una realtà che esiste oltre.
L’anestesia, dal greco anaisthesìa, composto dal privativo an e àisthesi (sensazione), è una privazione di sensazione. L’anestesia dell’anima è la privazione della consapevolezza della realtà che sottende la percezione separata dell’esistenza.
Il nostro senso di identità e l’intera vita ordinaria è la conseguenza di un’anestesia. L’anestesia può essere parziale o totale: a seconda dei casi, ti consente di sentire qualcosa d’altro oltre la tua identità ordinaria o niente affatto.
Non importa quanti anestetici usi o quanto ne incrementi il dosaggio; prima o poi arriverà il momento in cui il loro effetto terminerà e allora sarai consapevole della realtà che sottende l’anestesia.
Ciò che dimora oltre l’anestesia è il vero senso della vita, la parte negata di chi sei, ciò con cui sei destinato prima o poi a fare i conti.
In certi momenti della vita c’è una sospensione provvisoria dell’anestesia. Per l’identità ordinaria questi possono essere momenti orribili, mentre per chi sei veramente sono il portale della liberazione.
Ciò che alla fine intendo dire è che se di tanto in tanto stai male e provi forti dolori, esteriori o interiori, non vuol dire necessariamente che c’è qualcosa di sbagliato in te. Forse stai solo sentendo quello che esiste effettivamente, e il motivo per cui ne sei cosciente è dovuto al fatto che l’anestetico è venuto meno.
Quei dolori sono il risultato della tua assuefazione all’anestesia di separazione, della momentanea astinenza dal suo uso cronico e compulsivo, del confronto traumatico con la realtà che esiste oltre l’illusorietà di chi credi di essere.
Il dolore è un punto di confine tra due realtà: una fondata sulla separazione, l’altra basata sull’unità. Da un lato la tua identità separata ti trattiene avidamente mediante la paura della sofferenza e seguita a sedurti con i suoi anestetici, portandoti a frequentare tossicodipendenti e spacciatori consensuali; dall’altro la tua identità alternativa è pronta ad accoglierti e guidarti in uno spazio di massima estasi.
Il confine tra le due realtà è molto tenue. Se ti trovi nello spazio di crisi e dolore, sei proprio sul confine e subito accanto c’è la gioia e l’estasi.
Parlare, ascoltare e pensare
Cosa succede quando parli, scrivi, ti muovi o vesti in un certo modo o condividi le tue foto?
Comunichi agli altri l’idea di chi credi di essere o vuoi essere.
Cosa accade quando ascolti, leggi, osservi gli altri o guardi le loro foto?
Ti viene comunicata dagli altri l’idea di ciò che credono di essere o vogliono essere.
Cosa succede quando pensi?
Comunichi a te stesso sia l’idea di chi credi di essere o vuoi essere sia l’idea di ciò che gli altri credono di essere o vogliono essere.
In questo mondo parli, scrivi, ascolti e leggi, guardi e sei guardato in continuazione, alimentando incessantememente idee riguardo te e gli altri. Alla fine dei conti fai questo perché temi di confrontarti con quel che succede quando rimani in silenzio, senza comunicare, mostrare o farti comunicare o mostrare più niente.
Eppure forse è solo proprio in quel silenzio, in quell’assenza di idee riguardo chi sei e chi sono gli altri, che puoi finalmente incontrare il mistero di chi sei e chi sono gli altri, o più semplicemente il mistero e basta
Franco Santoro
Niente o il solito qualcosa
Lungo il sentiero spirituale, ogni volta che mi spingo il più avanti possibile, arrivo sempre in un punto totalmente vuoto, in cui non c’è nulla.
Nessuna verità, credenza, idea, pensiero, divinità, visione, emozione, proprio nulla. Nemmeno io.
Poiché per certi versi questa nullità mi imbarazza, seguito a sentire il bisogno di trovare qualcosa, per cui cerco e cerco ma non c’è proprio modo di trovare qualcosa quando mi spingo il più avanti possibile lungo il sentiero spirituale. Allora, mi rendo conto che non sono ancora in grado di spingermi più avanti, accetto i miei limiti, ma allo stesso tempo non mi rassegno. Continuo sempre a spingere, ma trovo sempre questo vuoto, questo nulla.
L’unica possibilità per trovare qualcosa è tornare indietro, dove ci sono le solite cose. Ritornando sui miei passi precedenti trovo visioni di luce, guide, angeli, amore, gioia, potere, pensieri, emozioni e tante altre cose, gradevoli e meno. Trovo sicuramente qualcosa e quel qualcosa mi prende per un po’ fino a quando mi stufa, mi annoia, sento che manca qualcosa.
Allora, mi spingo nuovamente alla ricerca di quel che manca fino a quando raggiungo il punto più lontano, che è sempre puntualmente vuoto, in cui non c’è proprio niente. Ogni volta è la stessa storia. La scelta è tra il niente più totale e il solito qualcosa.
Stanco di questa situazione, una volta raggiunto il punto più remoto, quello in cui c’è solo il vuoto, chiedo a questo vuoto se c’è qualche alternativa al niente e al solito qualcosa.
La risposta, sempre che l’abbia intesa bene, è:
“Se vuoi qualcosa di alternativo, crealo tu!”
Identità artificiali
Quanti “mi piace” hai messo sui social finora? Quanti ne hai omesso? Se consideri pure le varianti, quanti commenti, cuoricini, faccine o altre icone, hai messo o omesso? Inoltre, quante immagini, frasi o condivisioni hai pubblicato?
Che cosa ti spinge a mettere o omettere un commento o a pubblicare qualcosa? Nel considerare questa domanda accetta che ci siano diverse risposte, se ce ne sono. Non devi essere per forza coerente.
I social non sono molto diversi dalla vita di tutti i giorni. Quanto fai o meno sui social si applica anche nella tua comunicazione ordinaria con gli altri, seppure con diverse misure.
Un social è una piattaforma a due dimensioni che si sviluppa su uno schermo, che a differenza della vita ordinaria non dispone della terza dimensione, ossia la profondità. Tutto quello che vedi e con cui interagisci sullo schermo di un computer o telefono cellulare sono immagini a due dimensioni, laddove nella vita fuori dallo schermo interagisci con immagini a tre dimensioni.
Se osservi un’immagine sullo schermo non puoi girarci attorno e vedere quello che c’è dietro o di fianco. Questo perché manca la profondità, che nella vita ordinaria invece è presente. Nella vita ordinaria inoltre puoi toccare quel che vedi e averne un’esperienza che coinvolge i cinque sensi, mentre nella vita al computer puoi fare uso solo della vista e dell’udito, puoi solo vedere e ascoltare qualcuno, almeno per ora.
Verrà un tempo in cui tutto quel che fai nella vita ordinaria lo potrai fare anche elettronicamente. Hai notato con quanta cura tante persone, incluso forse anche tu, tengono in ordine il loro profilo sui social e le immagini che li ritraggono. In passato ciò che contava era solo la propria apparenza sul piano strettamente fisico. Le persone che ci tenevano a fare una buona impressione, a essere notate e apprezzate, passavano molto tempo nel curare il loro aspetto e il modo di interagire con l’ambiente fisico. Ora molto di quel tempo è dedicato a curare la propria identità elettronica, a pubblicare foto e commenti intesi a creare un buon gradimento in seconda dimensione.
Potremmo arrivare anche a un punto in cui prevarrà l’identità elettronica rispetto a quella fisica, tanto che quest’ultima sarà messa gradualmente da parte e pure dimenticata, fino a non esistere più.
Quello a cui voglio arrivare con questo discorso è che pure l’identità fisica potrebbe essere qualcosa che un tempo ha prevalso rispetto a un’altra identità. Intendo dire che l’identità fisica, ben lungi dall’essere naturale, potrebbe essere artificiale, una sorta di computer di antiquariato. Da una prospettiva sciamanica e multidimensionale le cose stanno sommariamente proprio così.
L’attrazione verso i social, computer e cellulari con funzioni di computer palmare, non è necessariamente esecrabile. Provocatoriamente potrebbe essere il tentativo di ricercare la realtà originale oltre la falsa naturalezza della realtà ordinaria. Ci allontaniamo da una realtà artificiale che si proclama naturale ricercando la nostra natura originale nell’uso esplicito di un’identità artificiale che almeno onestamente si proclama tale.
Allo stesso tempo, piuttosto che amplificare l’artificialità, aggiungendo strato su strato, potremmo percorrere il tragitto inverso, riconoscendo tutti i corpi artificiali che sono stati creati per allontanarci dalla nostra vera natura, finché siamo in grado di incontrare l’autentico sé o almeno qualcosa o qualcuno che sia più autentico di quello con cui abbiamo a che fare ora.
In: Franco Santoro, Pronto soccorso multidimensionale: emergenze spirituali, mondi paralleli e identità alternative, Institutum Provisorium, 2020, pp. 62-64.
Intimità di comunicazione
Intimità di comunicazione con qualcuno non significa condividere aspetti riservati della tua vita, confessare segreti. raccontare particolari imbarazzanti della tua storia personale. Intimità di comunicazione con qualcuno non è condividere ciò che già sai di te stesso, ripetere a qualcuno ciò che seguiti a ripetere dentro di te.
Intimità di comunicazione vuol dire aprire le porte del tuo mondo interiore, andare oltre la tua storia personale e ciò che credi di sapere su di te e gli altri. Significa riconoscere e condividere quel che non sai di te stesso, dare spazio al mistero dell’esistenza e permettere a questo mistero di compredere sia te sia l’altro.
Franco Santoro
Amati per un poco
E si tratta di un gioco molto amaro.
Il mondo è pieno di invidui che barano.
Barare non è lasciare qualcuno, non è morire e neanche tradire.
Il vero tradimento è non accettare che una relazione finisca, proprio perché facendo questo abbandoni l’amore che è stato generato nella relazione e lo tradisci per l’aspettativa impossibile che la relazione possa continuare.
Tutti a un certo punto lasciano, così come tutti alla fine muoiono. Certo, ci sono tanti modi di lasciare o di morire. Ma se non accetti a priori che una relazione finisca, qualsiasi modo sarà per te inaccettabile. Anche nella più innocente morte del tuo compagno riconoscerai sempre il tradimento, l’abbandono, l’inganno, passando dall’amore all’odio e al rancore.
Il mondo è pieno d’individui che fanno proprio questo: iniziano relazioni nel nome dell’amore e poi le trasformano in odio, vendetta, rancore solo perché non accettano la fine della relazione.
A questo scopo trovano tante giustificazioni che ritengono legittime, si sentono abbandonati, traditi, ingannati, abusati e dimenticati da chi un tempo li ha amati e che ora non li ama più perché non è più presente nella loro vita.
Non si rendono conto che sono proprio loro stessi ad avere abbandonato, tradito, ingannato, abusato e dimenticato quell’amore, ad averlo spezzato.
Certo, queste sono parole forti, molto difficili da digerire. E se ti senti ribollire dentro, se la rabbia, il dolore e la depressione di tanto in tanto dominano dentro e fuori di te, questo è del tutto lecito. Ti stai confrontando con rancori ancestrali e collettivi riciclati dagli albori dell’umanità.
Stai imparando ad accettare ciò che non è stato accettato non solo da te, ma da tanti altri. Questo richiede tempo e certo non è facile, perché la percezione della separazione seguita a ingannarti, a confonderti.
C’è un mondo di separazione, in cui lasci e sei lasciato, e c’è un mondo di unità, in cui tutto fa parte sempre di te. Il collegamento tra questi mondi risiede in ogni forma di amore ti cui hai esperienza e nella tua capacità di mantenerla sempre, accettando che in un mondo finisca e che nell’altro rimanga.